DIRIGERE LA SCUOLA N.4/2017
EDITORIALE di Vittorio Venuti
Una scuola (saggiamente) liquida per una società liquida e studenti senza rotta
In maniera ormai troppo ricorrente, le cronache propongono notizie che afferiscono al mondo della scuola e che lasciano regolarmente sgomenti per la gravità degli episodi a cui si riferiscono. Non saranno ultime le notizie di personale sospeso dal servizio per maltrattamenti ai bambini, molestie sessuali a bambine o preadolescenti, o che riferiscono di episodi di bullismo incredibilmente brutali (vedi i casi recentissimi di Vigevano e di Napoli). Ogni volta ci si interroga da che cosa origini tanta barbarie e come non si riesca ad arginarla.
Nel numero scorso di Dirigere avanzavamo l’esigenza che la scuola rifletta sul senso della comunità che deve essere, non solo di apprendimento, ma soprattutto di riconoscimento e cura all’insegna della reciprocità; la scuola non solo come luogo di “disciplinamento” delle nuove generazioni, come direbbe Zygmunt Bauman, ma come ambiente finalizzato alla formazione critica dei cittadini, garanzia della loro stessa libertà, in grado di favorire nei giovani la costruzione consapevole della propria identità nel rispetto di quella altrui.
La nostra società ha perso la solidità dei legami forti e stabili che la caratterizzavano, per approdare a una postmodernità nella quale i legami sono diventati instabili e deboli, esito della globalizzazione, delle migrazioni, della multiculturalità, dell’esplosione di internet e delle reti virtuali; una realtà materiale e sociale nella quale si apprezzano il caso, la sorpresa, la contraddizione, il disordine, l’esaltazione della soggettività; nella quale si affermano esageratamente i valori dell’economia e del profitto.
Per la scuola (esemplare l’articolo di Viviana Rossi, “Bauman e la scuola” su questo numero) si pone l’obbligo di una rivoluzione culturale, che porti a rompere i vecchi schemi ed educhi fornendo strumenti per comprendere ciò che è essenziale per affrontare i problemi della contemporaneità. Ma un’azione del genere deve partire da una riflessione sul significato di educazione oggi. Guardiamo a come si è modificata la società, a come si è resa difficile la comprensione del mondo e poi guardiamo al dentro degli alunni, aiutiamoli a prendere contatto con la propria parte pensante, a riconoscere e gestire le proprie emozioni ed anche a riconoscere e rispettare quelle altrui, a costruirsi una dimensione sociale senza limiti, a riconoscere il rischio ed il pericolo del pregiudizio, ad elaborare un pensiero critico, a porsi nella prospettiva dell’altro, a gestire l’empatia come strumento di conoscenza e di solidarietà, a gestire i conflitti, a riconoscere le proprie risorse e a impegnarle strategicamente, ad essere flessibili e disponibili, tenaci e pronti all’impegno e al cambiamento, a rispettare ed amare.
Certo, un percorso lungo che, però, ha bisogno di avviarsi subito, già da quando si entra per la prima volta in scuola, e proseguire coerentemente negli anni. Il che significa anche che gli insegnanti delle diverse classi e dei diversi ordini devono dialogare, perché il progetto deve essere comune e porsi alla base del processo d’istruzione senza esserne soffocato. E poi ancora: ricordarsi che la relazione educativa non si limita allo spazio aula o alla dimensione oraria. Nella scuola non possono esistere zone franche, spazi ciechi, disinteresse perché“l’ora è finita” o la campanella è suonata. La scuola va oltre, deve andare oltre perché è l’unico spazio vero di crescita possibile per gli studenti, di cui tutti, indistintamente tutti gli operatori della scuola sono responsabili.
Il bullismo non si contrasta certamente con gli spot affidati a questo o quel personaggio dello spettacolo che passano in televisione alla stregua di un messaggio pubblicitario, ma nelle scuole con un’azione che parta già dalla quella dell’infanzia e che già da allora preveda il coinvolgimento delle famiglie in percorsi di informazione e formazione continua. L’alleanza scuola-famiglia è una bella cosa, ma deve fondarsi su un incontro e raccordo continuo, che veicoli anche momenti di aggregazione e di convivenza formativa oltre che di rendicontazione dell’azione didattica.
Indubbiamente, la disponibilità dei mezzi informatici ha contribuito a falsare straordinariamente tutto, aprendoci al virtuale e facendoci precipitare in esso, fino a dargli una rilevanza che macina anche valori e giudizi, che rende scioccamente e pericolosamente potenti, irriguardosi e maleducati, un oceano in cui le identità si falsano e si rubano, in cui morale, etica e pudore sono merce contraffatta. Ma si tratta di uno strumento straordinario, che richiede molta attenzione per quanto possa dare dipendenza e illusioni, per quanto possa travolgere e falsamente indirizzare verso non luoghi e non appartenenze. L’educazione all’utilizzo sapiente delle nuove tecnologie si impone, perché tracciano i percorsi nei quali si rappresenterà il futuro, ma non può trattarsi di un’educazione che non si accompagni all’educazione della persona, quindi un’educazione che non sia animata soltanto da contenuti, ma anche da relazioni ed empatia (vedi anche Damiano Verda,“Post-verità e formazione” su questo numero).
Parafrasando Bauman, compito della scuola è venire in aiuto dell’individuo.
La rivista si apre con un intervento diGianluca Dradisu “Il conferimento degli incarichi dirigenziali”, un argomento col quale frequentemente ci confrontiamo allorché assistiamo all’affidamento di incarichi dirigenziali, per comprendere le motivazioni sottese. L’accesso alla qualifica e al ruolo di dirigente avviene a seguito del superamento di un concorso pubblico, ma l’effettiva imputazione della funzione avviene attraverso il conferimento di un incarico a carattere temporaneo. L’articolo analizza più specificamente il conferimento degli incarichi cui normalmente possono aspirare i dirigenti scolastici, cioè quelli relativi a funzioni dirigenziali non generali, conferibili da parte dei dirigenti di livello dirigenziale generale (del Miur o degli USR).
Ha fatto notizia, un paio di mesi, la denuncia di un nutrito numero di cattedratici e intellettuali delle carenze linguistiche dei giovani universitari, classificandoli da terza elementare. L’argomento è ripreso da Filippo Cancellieri in “I giovani non sanno più scrivere: l’appello dei 600”, imputando, ai noti sottoscrittori dell’appello, di avere esposto contenuti superficiali, generici, improntati a luoghi comuni e a impressioni empiriche prive di basi oggettive. Più che attribuire le carenze sintattiche e ortografiche alle matricole universitarie e ai loro maestri delle elementari, si dovrebbe chiamare in causa il governo del sistema scolastico con la sequela di pseudo riforme distanti e avulse dalle effettive pratiche d’aula, non certo per la sottovalutazione della grammatica o per i contenuti delle indicazioni Nazionali.
L’alternanza scuola-lavoro non è una novità per la scuola italiana: si trovano le sue radici già in sperimentazioni a partire dagli anni novanta. Samuele Giombi ne traccia un excursus in “Alternanza scuola-lavoro. Recuperare equilibro e spazi di autonomia”, fino a focalizzare il dettato della legge 107/2015, nella quale si ribadisce ampiamente l’importanza di affiancare al sapere il saper fare, intensificando i rapporti della scuola con il territorio, con il mondo produttivo e dei servizi. Ciò sulla base dell’assunto che la relazione con le imprese favorisce l’innovazione della didattica e la diffusione dei processi formativi orientati all’acquisizione di competenze spendibili anche nel mondo del lavoro, promuovendo al contempo l’orientamento, la cultura e l’educazione all’autoimprenditorialità.
Entrando nel merito della gestione dell’esercizio finanziario, il dirigente scolastico ha il dovere di sottoporre, al collegio dei revisori dei conti, i consuntivi non ancora verificati? E il collegio dei revisori, può esimersi dall’esprimere il prescritto parere di regolarità amministrativo-contabile anche nel caso in cui è chiamato ad esaminare conti consuntivi degli anni precedenti che non risultano ancora definiti? Edgardo Escamilone tratta nel contributo “Dirigenti scolastici e revisori in prima linea nell’approvazione del consuntivo”, avvalendosi di una circolare di chiarimento sulla questione emessa dall’USR per la Sicilia nel febbraio 2017 e il cui contenuto appare applicabile a tutte le scuole.
“I fatti oggettivi sono meno influenti nella formazione rispetto agli appelli o convinzioni personali”; questo concetto è sinteticamente definito con post-truth (post-verità), identificata come parola dell’anno 2016 da Oxford dictionaries. Damiano Verdaraccoglie questa suggestione e ci ricama sopra un bell’intervento in “Post-verità e formazione. Rete come veicolo, educazione come anticorpo”, inducendoci a porre l’attenzione al modo in cui si costruiscano false notizie proprio attraverso l’impiego dell’empatia. In particolare, punta il fuoco su come, un sapiente uso della rete e di strumenti quali i social network, spesso ad opera di personaggi con forte visibilità pubblica, consenta di confezionare messaggi semplici, in genere piuttosto enfatici e di grande impatto, fino a promuovere una diffusione virale. Da qui l’invito, alla scuola, di non adagiarsi su una visione magica del valore educativo delle nuove tecnologie in quanto tali, ma di promuovere un approccio realisticamente più funzionale e critico.
Nel rendere omaggio alla figura del sociologo/filosofo Zygmunt Bauman, morto il 9 gennaio scorso, Viviana Rossi, nel contributo “Bauman e la scuola”, raccoglie il senso delle sue riflessioni e del suo paradigma interpretativo della società pensando al disagio profondo che vivono i nostri studenti nell’interpretare la realtà, scissi come sono in due mondi, quello online e quello offline, travasati da una società solida, definita da legami nazionali stabili e duraturi, a una società liquida, fatta di legami mutevoli e fragili. Nel passaggio dalla modernità solida alla società postmoderna si impone, per la scuola, l’abbandono dell’impalcatura burocratica su cui si reggeva, per adottare un modello che si elabori partendo dalla centralità dell’individuo, quindi educando alla flessibilità e puntando sulla creatività, sulla riflessione e sull’impegno personale resiliente.
La recente approvazione dello schema di decreto legislativo recante modifiche e integrazioni del Testo unico del pubblico impiego, ha indotto Francesco Nuzzaci ad una sua disamina veloce e selettiva in “La revisione del testo unico del pubblico impiego e i riflessi sulla dirigenza scolastica”. Nel quadro normativo strutturalmente immodificato che si è profilato, l’Accordo del 29 dicembre 2016 tra Funzione Pubblica e OO.SS. appare privo di base giuridica.
Dopo aver puntualizzato la definizione di organismo paritetico, Antonietta Di Martino richiama le principali fonti normative che ne tracciano il funzionamento, quindi si sofferma sugli organismi paritetici definiti dal Dlgs 81/08, indirizzati alla gestione delle politiche legate alla sicurezza ed igiene dei luoghi di lavoro. In “Gli organismi paritetici in materia di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro: cosa sono e la loro funzione”, tratta le specifiche generali e come queste si declinino nel comparto scolastico, proponendo, come esempio operativo concreto, il modello creato e avviato dall’USR del Piemonte.
Le maggiori e più ricche risorse che la legge 107/2015 intende affidare alle scuole, sostiene Giacomo Mondellinel suo contributo “Per attuare il PTOF occorrono nuovi insegnanti”, se da un lato dovranno essere richieste/promosse attraverso la piena attuazione dell’autonomia scolastica, dall’altro lato abbisognano dell’opera sempre più qualificata di dirigenti e docenti. In particolare questi ultimi, forti di una assunzione massiccia, dovranno qualificarsi considerevolmente per offrire un contributo determinante per l’elaborazione del PTOF, attraverso il quale divengono loro stessi agenti di innovazione didattica.
Per la rubrica CPIA, Ada Maurizioci introduce a “L’accoglienza nei CPIA”, fase che, nell’organizzazione dei centri, rappresenta lo snodo tra il primo momento di incontro con l’adulto e la costruzione del suo percorso formativo coerente con un progetto di vita e finalizzato al conseguimento del titolo di studio e all’inserimento nel mondo del lavoro.
Per La Scuola in Europa, Mario Di Mauroci porta in Catalogna sull’onda di un verso “Ara ès demà (Ora è domani).Una poesia dolce ma anche un proposito per un’idea comune”, nonché titolo ed incipit di un progetto, varato qualche mese fa dal Consiglio Scolastico di quella regione, che si propone di rinnovare dalle fondamenta il sistema educativo, e con esso il modo di rapportarsi col mondo.
Per Appunti di Psicologia della Gestione, Vittorio Venutiriprende un tema sul quale gli insegnanti continuano a chiedere formazione e aggiornamento: “I BES tra senso e non senso, competenze e incompetenze”.
Per Giurisprudenza del Lavoro, Rosanna Visocchisi occupa dell’ “Assegnazione del bonus ai docenti”, commentando la decisione del Tribunale di Bari assunta in merito ad un ricorso proposto dalle sigle sindacali. Secondo il Tribunale in questione la procedura prevista dalla legge n.107/2015 non viola l’art 28 dello Statuto dei lavoratori. X