DIRIGERE LA SCUOLA N.1/2017
EDITORIALE di Vittorio Venuti
Tra il no e il sì prevale il nì e la scuola resta in stallo!
Non il migliore, non il più competente e neppure il meno peggio tra i disponibili, ma quello che conviene in quel momento (per giochi politici, scambi di favori o di voti). Non c’è una logica di onesto buonsenso in politica, non prevale l’interesse comune, non si preferisce la competenza, ma più volentieri si indugia sulla “trattativa”, sul compromesso, sul garantirsi un appoggio personale o di parte. E tutto questo accade in virtù di una “investitura” interpretata come un mandato in bianco.
Abbiamo cambiato ministro dell’Istruzione, come c’era da attendersi - visto lo scarso consenso di gran parte dei lavoratori della scuola, che non sono riusciti ad apprezzare la riforma, certi atteggiamenti poco propensi al dialogo, la modalità con cui si sono affrontate alcune “priorità” quali il concorso docenti e la mobilità - e la sostituzione non appare come la più appropriata possibile. Unico ministro del governo Renzi a non vedersi confermata, la Giannini è stata sostituita dalla senatrice Valeria Fedeli, sindacalista CGIL e politica, militante del Pd dalla fondazione, sempre in prima linea per il superamento delle disuguaglianze di genere - è sua la proposta di legge volta a introdurre l’educazione di genere e la prospettiva di genere nelle scuole e nelle università.
Si tratta certamente di una forte discontinuità nella conduzione del dicastero dell’Istruzione, purtroppo non in linea con le aspettative di quanti non hanno apprezzato la precedente politica, però certamente rispondente a quanto si diceva in apertura: una nomina non basata su titoli (non alludiamo al titolo dichiarato e mancante su cui il neo ministro è stata immediatamente chiamata a rispondere) ma sulla necessità di ricucire lo strappo che si era determinato con le forze sindacali e con gli operatori della scuola, non certo per le sue conoscenze del sistema scolastico che sembra non abbiano alcun rilievo. Del resto, il suo impegno anche come sindacalista si è svolto nel settore tessile, ambiente decisamente lontano dalla scuola; il che, appunto, giustifica le molte perplessità che circolano sulla sua nomina. Come dire: la creatività al potere?
Va dato atto al neoministro di volere affrontare le “responsabilità con umiltà e dedizione, mettendoci testa e cuore, pensando in particolare ai giovani e alle attese delle famiglie”. Apprezzabile!, ma abbiamo ancora in mente analoghe dichiarazioni delle ministre precedenti che, ammettendo di sapere realmente poco di scuola, dopo aver promesso che avrebbero studiato il sistema, hanno trovato bene di proporre una riforma dietro l’altra. Certamente il ministro Fedeli vorrà far bene, come tutti i predecessori, e agirà su quei fronti sui quali il governo Renzi è mancato, come ha promesso di fare dopo aver letto “gli accurati dossier” che chi l’ha preceduta le ha consegnato. Però… però non riusciamo a immaginare una scuola che si scuota, perché non crediamo che una semplice lettura evidenzi lacune agli occhi di chi non ha mai approfondito il discorso scuola. Immaginiamo che si apra una fase di stallo nella quale si rivedranno alcune delle “incomprensioni” che hanno incrinato il rapporto scuola-politica, quindi un rinvio dei decreti applicativi e poi la neutralizzazione di alcuni passaggi de “La Buona Scuola” invisi ai docenti e si sindacati.
Intanto registriamo una dichiarazione fatta dal ministro Fedeli a“l’Unità” del 18 dicembre scorso:“Il mio compito è migliorare e mantenere quello che già esiste, ma la sfida sarà quella di lavorare non sulle emergenze: dobbiamo tracciare una rotta per politiche sul sapere che sappiano guidarci verso uno sviluppo più inclusivo e sostenibile, per creare una società più giusta e dinamica”. Dichiarazione che risulta in linea con l’atto di indirizzo politico del ministro Fedeli pubblicato il 23 dicembre, dal quale non si rilevano evidenti scostamenti dalla linea tracciata dal precedente ministro Giannini, peraltro essendo espresso già come prima priorità politica (Miglioramento del sistema scolastico: formazione iniziale/reclutamento, formazione in servizio, autonomia e valutazione) l’intento di “proseguire nel processo di implementazione e completa attuazione della Legge 107 del 2015”. Ma si tratta solo di dichiarazioni e di intenti. Del resto, i tempi sono stretti e non si può chiedere che si abbia una visione critica e strategica del corpo del sistema scolastico nello spazio di qualche giorno dall’insediamento…
Il numero si apre con il contributo di Maria Grazia Accorsi su una delle innovazioni introdotte dalla Legge 107/2015,“Il curriculum dello studente”, il documento che raccoglierà le informazioni salienti sul percorso di studi, sulle competenze acquisite, sulle esperienze formative svolte nel secondo biennio e nell’ultimo anno in alternanza scuola-lavoro, e su quant’altro di formativo lo studente possa avere frequentato e svolto di significativo anche in ambito extrascolastico, e che sarà utilizzato, in occasione degli esami di Stato conclusivi, come riferimento per lo svolgimento del colloquio e riferimento e consultazione di cui tener conto per l’assegnazione del voto finale. Si tratta di una disciplina le cui modalità, però, devono ancora essere definite sentito il garante della privacy, trattandosi di materia alquanto delicata. Il contributo, oltre a presentare le disposizioni di merito, esamina alcuni“precursori” del curriculum.
La formazione degli insegnanti è una prerogativa di cui si riconosce assoluta necessità, essendo tutti d’accordo che da loro ci si aspettano risposte che non possono dare se non possiedono le conoscenze e le competenze necessarie. In tale questione, le competenze assumono una definizione centrale che vede tutti d’accordo; nello specifico, però, su quali competenze un insegnante dovrebbe avere e come formare un insegnante competente la letteratura di specie è davvero carente.Ivana Summa tratta l’argomento in “Come formare un insegnante competente?”, rilevando che la questione non è tanto di come l’insegnante dovrebbe essere, qualità relativamente semplici da descrivere, ma di definire bene che cosa la scuola deve fare nel 21° secolo.
A seguire, l’intervento diAntonietta Di Martinosu “Il ruolo datoriale nella scuola”, avviando il discorso dall’importanza che, all’interno del ruolo del dirigente scolastico, hanno assunto i temi della salute e della sicurezza nella scuola come luogo di lavoro sia in termini di impegno professionale sia in termini di responsabilità. Nel contributo viene delineato un percorso che, partendo dai presupposti per la crescita professionale del dirigente scolastico, indaga su ruolo datoriale nei suoi aspetti di attenzione alla luce del principio guida della sostenibilità e i suoi sviluppi nella recente giurisprudenza e della sua possibile evoluzione rispetto a ipotesi normative attualmente all’esame del Parlamento.
Risponde al quesito su quale sia la finalità della scuola Michela Lella, che affronta l’annosa questione nel contributo “Imparare ad imparare: metacognizione e successo scolastico”. La scuola dovrebbe essere un posto attraente e piacevole in cui poter sperimentare sempre nuove e interessanti situazioni di apprendimento, un luogo dove poter vivere esperienze insolite e gratificanti, dove ogni alunno dovrebbe avere la possibilità di provare entusiasmo e piacere ad inoltrarsi nel sentiero del sapere, in particolare quando gli vengono proposte affascinanti e stimolanti situazioni di apprendimento. Ben diversa, però, è la realtà e per tanti studenti il percorso scolastico non è un transito facile già a partire dalla scuola primaria, mentre altri si insabbiano in seguito e si arrendono di fronte agli insuccessi, andando a sostenere il fenomeno della dispersione scolastica. La didattica metacognitiva appare come uno strumento che deve permeare la dinamica insegnamento-apprendimento, insieme a quelle attenzioni relazionali e didattiche che è necessario mettere in atto per sostenere un’alleanza sincera e funzionale all’educazione della mente.
Edgardo Escamilosi occupa di un argomento apparentemente secondario della gestione della scuola, la manutenzione igienica, in “Enti locali e scuole: a chi spetta la fornitura del materiale di pulizia?”, problematica su cui si innesta una continua tensione tra scuole, Comuni e Province, resa più complessa da pareri, norme e disposizioni non sempre chiare o univocamente interpretabili.
Con un richiamo ai sei archetipi di pensiero di Edward De Bono, ovvero sei modi per confrontarsi con un problema, sei diversi “thinkinghats” ciascuno contraddistinto da un obiettivo primario, Damiano Verda ci fa navigare nel tema della conoscenza a rete e delle reti di conoscenza nel contributo “Thinkinghats e connettivismo”, nel quale si prospetta la possibilità di un nuovo modello di apprendimento, detto connettivismo. Con il concetto di connessione si evidenzia la possibilità di mettere in comunicazione dinamica e generativa diverse culture, diverse discipline, diversi modelli.
A seguire Anna Armone, con il suo contributo“La pianificazione dell’offerta formativa alla luce dei principi della programmazione delle politiche pubbliche” analizza il processo di programmazione che è presente nel POTF, finalizzato ad una migliore governabilità e controllo dell’uso delle risorse pubbliche, in modo da agevolare lo sviluppo economico.
Per la rubrica CPIA, Ada Maurizio, in “I CPIA per la coesione sociale”, riferisce della conclusione della seconda fase del Piano di Attività per l’Innovazione dell’Istruzione degli Adulti – P.A.I.D.E.I.A., nel cui ambito tutti gli Uffici Scolastici Regionali hanno presentato i prodotti in esito alla ideazione, progettazione e realizzazione delle attività di definizione del patto formativo individuale, della predisposizione di misure di sistema necessarie per favorire il raccordo con i percorsi di istruzione di secondo livello realizzati dalle istituzioni di secondo grado e degli interventi di ampliamento dell’offerta formativa, comprese le attività di ricerca, sperimentazione e sviluppo.
Per La Scuola in Europa, Mario Di Mauropunta i fari su “Singapore math”, perché incuriosisce e fa riflettere il crescente ritorno di fiamma per la matematica del Metodo Singapore nella scuola di base, sostenuto dal fatto che l’insegnare matematica è questione alquanto problematica specialmente nei primi anni di scolarizzazione e che non ha ricevuto un sostanziale aiuto, ancora, neanche dall’informatica e dal digitale. Nell’ultimo Forum internazionale sull’educazione, tenutosi all’inizio di quest’anno a Londra, il ministro dell’istruzione di Singapore ha presentato una relazione molto attesa, che aveva per tema l’insegnamento della matematica e delle scienze nella scuola di base, imputando tre errori di fondo al metodo classico di apprenderla a scuola: pensarla come computazione, pensarla come procedurale, considerare insostituibile la memorizzazione di questa o quella tabellina, di questa o quella formula risolutiva.
Per gli Appunti di Psicologia, Vittorio Venutiprospetta l’improrogabile necessità di “Ribaltare la scuola!”, perché in ritardo con l’evoluzione dei tempi e perché non riesce a riflettere criticamente su se stessa, preferendo imputare prevalentemente allo studente l’esito dell’apprendimento e il risultato del percorso di studio. In realtà è la scuola ad essere inadeguata.
Per Giurisprudenza del lavoro, prendendo spunto da una sentenza del Tribunale di Castrovillari, Rosanna Visocchifocalizza l’attenzione sulla figura del coordinatore di classe, che in questi ultimi anni ha assunto un ruolo di una certa evidenza, considerata la quantità dei compiti che spesso sono collegati allo svolgimento dell’incarico. In “Illegittimità della sanzione disciplinare inflitta al docente per rifiuto allo svolgimento delle funzioni di coordinatore di classe” si ripercorre la sentenza che ha dichiarato illegittima l’irrogazione della sanzione disciplinare a un docente che aveva rifiutato la delega a presiedere il consiglio di classe. X