Una scuola ad alta tensione formativa
Editoriale di Ivana Summa
Ma l’alunno/allievo/scolaro/studente che abita le nostre scuole, chi è? È un essere reale o un costrutto teorico, frutto di una proiezione collettiva o di una rappresentazione retorica funzionale a finalità politiche, a volte estranee alle finalità costituzionali? Leggendo la cronaca e gli interventi di maître à penser e politici, ma anche decreti e circolari ministeriali dettati da criteri emergenziali e punitivi, si resta stupiti dalla rappresentazione sociale dei nostri figli che si inferisce. A delineare meglio questa idea contribuisce anche un numero sempre crescente di insegnanti che si lamentano degli atteggiamenti e comportamenti dei giovani che, troppo spesso, non consentono loro di insegnare. Ne consegue un’immagine pubblica di impotenza e di inadeguatezza della scuola, tanto che il ministero, per aiutare e difendere gli insegnanti (sic!), ha messo in piedi una sorta di pronto soccorso giuridico emanando norme prêt à porter: si istituisce “un referente per il bullismo”, si coinvolgono specialisti esterni, si aggiunge una disciplina in un curriculo scolastico già overload, si vieta l’uso dello smartphone, si rafforza il sistema delle sanzioni disciplinari, si propone il controllo preventivo prima di oltrepassare le mura scolastiche.
Questi interventi “tampone” seguono una logica di tipo politico, perché l’effetto atteso è quello di rassicurare la società con risposte rapide a bisogni creati e rilevati dagli stessi mass-media. L’ipotesi, alla base dei diversi provvedimenti, è quella che questi problemi si risolvono gestendo i comportamenti giovanili attraverso il controllo, la repressione, l’assoggettamento. Siamo di fronte ad una nuova pedagogia di stato che, in passato, si ispirava ai più grandi pedagogisti del ‘900 e che ora porta avanti una sorta di pedagogia del buon senso che rimanda a pratiche del passato in una fase storica della nostra società profondamente cambiata. Sappiamo, invece, che questi comportamenti giovanili, più eclatanti quando appaiono dentro le mura scolastiche, hanno robuste radici nella qualità delle relazioni affettive in famiglia e nelle comunità nelle fasi evolutive della vita in cui prendono corpo le basi dell’identità personale e della conseguente presenza nel mondo.
A questo punto vale la pena di ricordare che, da qualche anno a questa parte, la scuola è rimasta l’ultimo e l’unico luogo fisico (e in un prossimo futuro potrebbe addirittura scomparire!) che vede la presenza costante, più o meno vissuta come costrittiva, di minori ed adulti che non si sono scelti. Dunque, dentro le mura delle nostre scuole, i nostri giovani sono una presenza reale in uno spazio circoscritto; ne deriva che tutti i comportamenti sono fortemente correlati a questo contesto di vita collettiva così artificialmente strutturato. I giovani sono presenti, con i loro corpi tutti diversi e tutti speciali, insieme ad adulti che sono persone tutte diverse e tutte speciali e tutti stanno insieme per un tempo consistente della giornata. Adulti e giovani respirano la stessa aria, incrociano gli sguardi e si interfacciano in modo che nessuno si possa davvero sottrarre alla presenza dell’altro. Ecco, dovremmo pensare che i fenomeni che si generano nei luoghi della scuola - aule, laboratori, corridoi - sono il risultato della inevitabile relazione ed interazione che si crea tra queste presenze: è una sorta di tensione che, in elettrologia, altro non è che la differenza di potenziale elettrico che esiste tra due punti o due corpi. Quanta tensione si crea in un’aula scolastica? Il corpo docente e il corpo discente sono ecologicamente in tensione tra le mura scolastiche e la vivono con tutto il suo carico simbolico ed umano. Non c’è chi la trasmette e chi la riceve, perché è una forza che si manifesta nella reciprocità tra tutti i soggetti in modo generativo, capace di determinare azioni non del tutto prevedibili, ma tipiche del contesto.
La tensione formativa è una forza necessaria perché si possa apprendere e si possa insegnare, in un clima dove i fenomeni visibili emergono da una vita sotterranea invisibile. Può diventare sia foriera di scontri episodici e conflitti o, miracolosamente, trasformarsi in dis-tensione, allorquando si stabilisce un equilibrio fatto di ascolto reciproco, di interesse comune, di gratificazione, di curiosità, di confronto, di partecipazione. Parafrasando E. Spaltro (psicologo del lavoro e delle organizzazioni) in tal modo “si passa dalla relazione etica basata su premi-punizioni alla relazione estetica, basata su promessa e speranza”. Infatti, nel suo saggio “La buona scuola” del 1997 sollecitava il ripensamento dell’istituzione scolastica come una vera comunità di apprendimento pensata per facilitare lo sviluppo delle persone, in un momento in cui la stampa, i media, la rete, i social ci descrivono un presente di paura e di caos, un passato bello e rassicurante, un futuro inconoscibile ed inaffrontabile. La tensione è un’ energia positiva che può partire soltanto dal docente che ha il diritto e il dovere di creare un ambiente ad alta tensione formativa, un luogo del pensiero, un set formativo, un nuovo mondo che “è il piccolo miracolo che può avvenire nell’ora di lezione. L’oggetto del sapere si trasforma in un oggetto erotico, il libro in un corpo” (M. Recalcati, L’ora di lezione, 2014).
La lezione diventa conversazione in quanto tutti hanno diritto di parola: gli spavaldi e i timidi, i ragazzi e le ragazze, a prescindere dalla padronanza, sicurezza, contezza di sé, accettazione e consenso del gruppo, riconoscimento del docente. In tal modo la pluralità non diventa disuguaglianza ed emerge l’ “intelligenza collettiva”, ossia una forma di intelligenza che si nutre delle diverse capabilities continuamente valorizzate, coordinate in tempo reale da una mobilitazione effettiva di energia positiva.
Questa premessa è scaturita, in forma quasi torrentizia, dopo la lettura dei contributi pubblicati in questo numero che ci raccontano quanta tensione formativa pulsa nelle nostre scuole quando agiscono docenti che hanno fatta propria “la visione ereditata dai grandi pedagogisti del novecento che hanno delineato una scuola attiva, costruita sugli interessi degli alunni, all’interno della quale l’apprendimento si costruisce attraverso l’esperienza pratica,... alimentata dalla cultura della relazione e dell’ascolto”. È questo un passaggio fondamentale del contributo di Eva Raffaella Nicolò che riflette sul passaggio top down dalle indicazioni nazionale del 2012 che rispecchiano decenni di innovazione metodologica e didattica a quelle che dovrebbero andare in vigore dal 2026 che patrocinano “il ritorno a una scuola che si definisce sede principale di trasmissione di conoscenze, all’interno della quale i saperi vengono definiti gli inestimabili tesori di cui l’insegnante svela agli studenti le idee-guida”. Fondamentale il contributo di Andrea Porcarelli, che così parla degli studenti: “Non vasi da riempire, ma fuochi da accendere. L’antica immagine attribuita a Plutarco, che trova in Platone le sue radici profonde, conserva una sorprendente attualità. Accendere un fuoco non significa rinunciare al rigore, ma riconoscere che il sapere ha una forza formativa, che le discipline non sono solo contenuti da trasmettere, bensì esperienze capaci di plasmare l’intelligenza e la libertà... . Ogni scelta didattica - anche la più tecnica - implica sempre un’idea di uomo, di cittadino, di convivenza civile”.
Anche Bruno Lorenzo Castrovinci ha ispirato questo editoriale, quando afferma: “Generazioni di studenti attraversano, anno dopo anno, aule che sembrano immobili e che invece custodiscono il movimento più profondo dell’esistenza umana, quello della crescita. I banchi, le lavagne, il silenzio che precede una spiegazione o segue una domanda diventano testimoni discreti di un tempo irripetibile, il tempo della scolarizzazione, unico nella vita di ogni individuo, perché è il tempo in cui si impara non soltanto a conoscere, ma a stare nel mondo”.
E in questa prospettiva - mettere al centro il come apprende il soggetto che abbiamo convocato a scuola - che invitiamo a leggere anche i contributi inseriti nella sezione delle esperienze didattiche.
Nicoletta Calzolari che ci presenta delle esperienze realizzate nella scuola dell’infanzia con il metodo della ricerca, che trasforma l’insegnante in “agente provocatore in quanto stimola curiosità conoscitive e mette in crisi quelle possedute”.
Maria Stancampiano, fondendo scenografia e sceneggiatura di un’aula di scuola primaria, mette in evidenza come “Il lavoro laboratoriale, il cooperative learning, il tutoring tra pari e le attività per compiti significativi permettono di creare situazioni in cui ogni bambino può partecipare secondo le proprie possibilità”.
Infine, di particolare interesse è l’esperienza di un quotidiano on-line, riportata da Maria Franca Genovese che è nata da un preciso approccio pedagogico, didattico ed interdisciplinare basato sulla collaborazione tra docenti e studenti, attualizzando la tradizione del giornale scolastico: “Strumento di autoespressione e di crescita personale, la scrittura diventa pertanto uno strumento privilegiato per chi, avendone acquisito le competenze, le utilizza per organizzare le proprie idee in modo coerente e logico, cogliere prospettive diverse migliorando la comprensione del mondo e sviluppando un pensiero indipendente.