Il ricordo di un grande maestro:Stefano Rodotà
di Anna Armone - esperta in Scienza dell'Amministrazione Scolastica
Dedico l’editoriale di questo numero ad un grande uomo, un grane giurista, un grande maestro, Stefano Rodotà scomparso nel giugno scorso. Il ricordo è dettato, innanzitutto, dal mio particolare affetto verso questo scienziato del diritto che è stato mio docente di diritto civile e relatore della mia tesi di laurea. Allora, a poco più di vent’anni, era il fascino dell’eloquenza, la capacità di far comprendere un mondo sconosciuto, la differenza con gli altri docenti a farmi davvero affezionare a Rodotà.
Tornando indietro nei ricordi, devo riconoscere come la mia vita è stata direttamente condizionata dagli incontri dei grandi giuristi del periodo romano della Sapienza degli anni ‘70. Massimo Severo Giannini, Mario Nigro, Giuliano Vassalli, Gino Giugni, Giovanni Conso e tanti altri. Fu un’ubriacatura di conoscenza veicolata dai grandi giuristi (irripetibile quel periodo) che, però, avevano un’aurea di autorevolezza distante da noi studenti degli anni ‘70. Stefano Rodotà era diverso. Aveva un modo di comunicare i contenuti che metteva in moto la riflessione individuale, apriva al mondo dei diritti e delle libertà. Mi innamorai tanto del diritto civile che chiesi di fare la tesi con lui. Il ricordo più bello di quel periodo è racchiuso in una conversazione telefonica nella quale gli annunciavo di aver concluso il primo capitolo. Con la sincerità dell’età gli dissi che avevo una gran paura e insicurezza per quanto avevo scritto. Mi disse, con la sua voce chiara e serena, di stare tranquilla perché “chi legge è sempre meno sicuro di scrive”.
Vent’anni dopo incontrai Rodotà in treno e gli ricordai quelle parole che tanto hanno significato nella mia vita. I grandi maestri seminano nelle menti conoscenze e valori, ma rimangono nel cuore per qualcosa che tocca le corde più profonde dell’anima. Io avevo bisogno di sentirmi rassicurata e mi sentii proprio così.
Rodotà è stato il primo Presidente del Garante alla Privacy e questo suo ruolo ha consentito al Paese di avere un impianto nella materia tra i migliori al mondo. Le pronunce e i provvedimenti di quel settennato fanno ancora scuola. Nella Relazione 2004, nel discorso del Presidente Rodotà si sintetizza il lavoro del Garante “Non abbiamo “inventato la privacy”. Abbiamo reagito ad ogni forma di riduzionismo, ispirato da interessi settoriali o da miopia culturale. Abbiamo proiettato la protezione dei dati personali in una dimensione più ricca, senza arbitri, ma interpretando correttamente una disciplina che vuole collocata tale protezione nel quadro dei diritti e delle libertà fondamentali, legata alla tutela della dignità.
Abbiamo così potuto accompagnare una progressiva presa di coscienza della società italiana e pure, possiamo dirlo con un certo orgoglio, dell’opinione pubblica europea.
In Europa, infatti, siamo stati i più fermi assertori del rispetto di un diritto fondamentale che si presenta come uno dei più importanti di quest’avvio di millennio, ed abbiamo curato una informazione all’estero con una presenza diretta in diversi istituti italiani di cultura. Abbiamo dialogato con istituzioni di altri Paesi, collaborando allo sviluppo della legislazione e degli strumenti di garanzia.
Pensavamo di discutere soltanto di protezione dei dati. In realtà, ci stavamo occupando di temi che riguardano il destino delle nostre società, il loro presente e soprattutto il loro futuro. Abbiamo affrontato questioni di sicurezza interna e internazionale, di genetica e di salute, del credito e delle telecomunicazioni, del funzionamento del mercato e dell’organizzazione dell’impresa, del sistema dei media e del rapporto tra tecnologie e politica, della nuova dimensione della libertà personale, della libertà d’espressione e di circolazione. L’intero orizzonte dei temi di questi tempi difficili è davanti ai nostri occhi. Emerge un legame profondo tra libertà, eguaglianza, democrazia, dignità e privacy, che ci impone di guardare a quest’ultima al di là della sua storica definizione come diritto ad essere lasciato solo.
Sappiamo che libertà e diritti sono, insieme, forti e fragilissimi. Vivono non nelle forme giuridiche alle quali sono affidati, ma nella capacità di uomini e istituzioni di dare ad essi attuazione, di difenderli contro insidie e attacchi ai quali sono incessantemente esposti. Abbiamo costruito la nostra autorità con questo spirito e questi intenti. Speriamo che possano durare nel tempo”.
Sin dall’inizio la scuola è stata investita dal tema della riservatezza in maniera diretta, quasi consustanziale rispetto alla sua missione istituzionale. I minori, in particolare, sono destinatati e attori primari del processo educativo e didattico e lungo questo percorso la loro complessa entità viene“trattata”se non per altro, per la stessa soddisfazione del servizio. Purtroppo, si pone attenzione solo all’aspetto formale della tutela dei dati personali dei minori e degli studenti, quando si pone correttamente. Perché uno dei problemi più gravi è l’allegro uso dei dati che le scuole fanno, in particolare, sul web e sui social. Foto di minori, primi piani, spesso accompagnati dal nome e cognome, video celebrativi o ricognitivi delle attività, escono fuori dai confini della documentazione interna e vengono dispersi in rete, fuori controllo. Una scuola di Milano ha tappezzato il muro esterno della scuola con un mosaico composto da 150 foto di bambini sorridenti. Spero che non si tratti dei bambini che frequentano quella scuola. E mi chiedo cosa accadrebbe se uno di quei bambini fosse fatto oggetto di qualche azione criminosa perché facilmente individuato. La protezione dei minori, della loro sicurezza, come della loro dignità, deve venire prima di qualunque obiettivo artistico, didattico, pedagogico. Sono questi obiettivi a dover essere piegati al rispetto e alle garanzie per i minori. Possibile che nessuno se ne renda conto?
Ed ora veniamo al contenuto di questo numero della rivista. Giancarlo Sacchi fa un’analisi approfondita del sistema di istruzione e formazione professionale in Emilia Romagna, che, con la legge 15/2011, ha inteso agganciare i due versanti, in modo che tutti i giovani in uscita dalla scuola media potessero frequentare almeno un anno di scuola superiore, prima di accedere, a 15 anni, alla formazione professionale, in considerazione anche del prolungamento dell’obbligo di istruzione. L’analisi di Sacchi è oltremodo interessante alla luce dell’attuale sistema normativo in materia che si fonda sull’attuale, non riformato, sistema costituzionale il quale ribadisce il principio di una congiunzione tra istruzione e formazione professionale: è matura la possibilità di un intervento che superi il dualismo tra Stato e regioni, con un’attenzione particolare agli accreditamenti di strutture private, associative o delle categorie produttive.
Dalla Costituzione si trae un indirizzo alla politica di dirimere finalmente la questione di un unico governo del settore, quello regionale, con un’azione di coordinamento e di vigilanza sui risultati da parte del nuovo Senato delle autonomie, con poteri di intervento legislativo e di sussidiarietà verticale.
ènoto che il regionalismo spinto ha portato frammentazione e difficoltà di comunicazione tra i sistemi regionali e le indicazioni europee. Un federalismo equilibrato avrebbe avuto bisogno di una camera delle regioni, ma la riforma costituzionale non è andata a buon fine.
Con Gabriele Venturaabbiamo fatto una riflessione sul sistema informativo (le Anagrafi degli studenti) come risorsa o come handicap per la inclusione scolastica e sociale delle persone in età evolutiva (minori) con disabilità. I dati nazionali e locali relativi all’andamento dei bambini, alunni e studenti con disabilità fotografano una situazione in cui il numero delle certificazioni è in costante aumento nelle scuole di ogni ordine e grado negli ultimi dieci anni.
Il quadro complessivo che emerge segnala difficoltà importanti e crescenti nel percorso di crescita, formazione e apprendimento dei bambini e dei ragazzi, anche se la frammentazione e la mancata coerenza delle fonti informative (già in fase di rilevazione, di elaborazione e di pubblicazione dei dati da parte dei diversi soggetti istituzionali interessati: sistema centrale e decentrato del Miur, sistema sanitario nazionale e regionale, sistema delle autonomie locali) non ci consente ancora ad oggi di andare a fondo nell’analisi del fenomeno. Emerge chiaramente l’urgenza di un intervento politico e legislativo sull’intera materia in modo da consentire non solo la “perfezione giuridica”dell’impianto ma la sua efficacia, la migliore inclusione possibile dei bambini e degli studenti disabili.
Pasquale Anneseanalizza i risultati e l’efficacia delle risorse PON 2007/2013 alla luce della nuova programmazione 2014/2020. L’analisi è quanto mai opportuna in funzione della programmazione comunitaria, di cui all’AVVISO QUADRO 950 del 31.01.2017, già formalizzata in atti con l’avvio scaglionato di tutte e dieci le azioni ivi previste, questa volta destinate non solo alle regioni dell’obiettivo 1, ma a tutte le regioni italiane del sud, del centro e del nord Italia, sia pur in un quadro generale caratterizzato ancora da forti divari territoriali tra le varie aree geografiche del paese. Annese porta avanti l’analisi utilizzando gli indicatori contenuti nei documenti di programmazione traendo, di volta in volta, conclusioni specifiche e contestualizzate.
Domenico Ciccone prosegue nell’analisi dello status dei capi d’istituto affrontando la regolazione nel sistema francese. Pregiudiziale è la considerazione del sistema amministrativo francese caratterizzato da un centralismo statale mitigato dall’assetto regionalista. Il sistema dell’istruzione si modella su questo disegno. Per la scuola dell’infanzia e primaria, le funzioni di vertice sono affidate ad un insegnante che continua a svolgere il compito di docente, con un sistema di semiesoneri o esoneri, a seconda del numero di classi affidato in gestione. La presenza di una figura e di una funzione che prescinda dalla docenza e che abbia uno status distinto, si afferma, invece, nel grado secondario dell’istruzione che gode di maggiore autonomia, di rafforzate competenze di ordine progettuale, organizzativo e didattico, con ancora due distinzioni al suo interno: il Collège, cioè l’istituto scolastico secondario di primo grado, è affidato ad un Principal; il ruolo di Capo di istituto nel livello scolastico secondario superiore (Lycée) è invece affidato ad un Proviseur.
Si tratta di una funzione non ascrivibile al ruolo dirigenziale così come lo intendiamo nel nostro Paese. In Francia la dirigenza pubblica è reclutata dall’ ENA (Ecole National d’Administration) e tra i profili in uscita non è previsto quello del capo d’istituto.
Vito Tenoretratta del procedimento disciplinare a carico degli studenti, ma dopo aver fatto un’approfondita ricognizione dei principi che regolano l’attività disciplinare nel pubblico impiego. L’approfondimento che riguarda gli studenti costituisce un chiarissimo vademecum attraverso la ricostruzione del sistema normativo in materia e i richiami giurisprudenziali.
Renato Loiero analizza le questioni intorno alla razionalizzazione degli acquisti delle pubbliche amministrazioni e le centrali uniche di committenza. Si tratta dell’evoluzione normativa di un istituto, la Consip. Lo sviluppo della normativa iniziale è stato poi integrato con la Legge finanziaria per il 2007 laddove, al comma 449 ha disposto l’obbligo di ricorrere alle convenzioni Consip per tutte le Amministrazioni statali centrali e periferiche,ivi compresi gli istituti e le scuole di ogni ordine e grado. Con il comma 450 della stessa finanziaria 2007 si stabiliva poi, a carico delle Amministrazioni statali centrali e periferiche, ad esclusione degli istituti e delle scuole di ogni ordine e grado, delle istituzioni educative e delle istituzioni universitarie, nonché a carico degli enti nazionali di previdenza e assistenza sociale pubblici e le agenzie fiscali, l’obbligo di ricorso al MePA per gli acquisti di beni e servizi di importo pari o superiore a mille euro e al di sotto della soglia di rilievo comunitario. Nell’ambito della disciplina del programma di razionalizzazione rileva, poi, il D.L. 24 aprile 2014, n. 66, convertito, con modificazioni dalla legge del 23 giugno 2014, n. 89, che ha previsto misure volte a favorire la centralizzazione degli acquisti delle amministrazioni pubbliche centrali e periferiche. In particolare, l’art. 9 ha predisposto, a tal fine, un sistema di acquisizione di beni e servizi mediante soggetti aggregatori. Senza ripercorrere lo sviluppo dell’istituto, se ne richiama l’estrema importanza, considerato il modello organizzativo attuale delle reti di ambito che potrebbero, in qualche, riprendere il modello della responsabilità unica (descritto nelle riflessioni conclusive dell’autore) in materia di acquisto di beni e forniture.
La rassegna delle recensioni librarie di Giuliana Costantinisi apre con un libro ambientato in Calabria, che racconta della vera storia dell’autrice che attraversa la storia di un paese dell’entroterra negli anni ‘50 e ‘60, con tutta la rassegnazione per l’ineluttabile destino di questa terra. Il secondo libro, di autore francese, si snoda lungo il tema della perdita del lavoro in età oramai matura. La seconda occasione offerta ad Alain si concretizza in un gioco di ruolo complesso e originale finalizzato a dimostrare le competenze richieste dal nuovo impiego. L’ultimo libro affronta il tema della geografia come rappresentazione dei luoghi di conflitto e pregiudizi. Una bella lezione per i ragazzi.
Il numero si chiude con la rassegna cinematografica. Vincenzo Palermo racconta due film che parlano di diciassettenni. Si tratta di due film stranieri che affrontano la complessità dell’adolescenza attraverso il racconto di giovani vite. Il primo film, The Edge of Seventeen, USA 2016,affronta la difficile tematica della ricerca di se stessi puntando tutto sulla caratterizzazione dei personaggi, sui conflitti irrisolti che li agitano e su una rinascita possibile solo dopo l’incontro e il dialogo con l’altro. Il secondo film, Quand on a 17 ans,Francia 2016,“descrive gli abbracci spezzati e gli strappi di due anime solitarie, mantenendo il giusto distacco e domando ogni eccesso melodrammatico. Una carezza in un pugno”.
La recente pubblicazione del d.lgs. 60/2017, sulla promozione della cultura umanistica e sulla valorizzazione del patrimonio e delle produzioni culturali, nonché sul sostegno alla creatività, richiede sicuramente un’attenzione particolare all’attività di critica cinematografica, disciplina che si fonda sulle conoscenze storico letterarie e sulle competenze di grammatiche linguistiche e si può praticare solo se il curricolo riesce a costruirne e consolidarne le basi conoscitive.