DIRIGERE LA SCUOLA N.5/2017
EDITORIALE di Vittorio Venuti
Decreti attuativi della buona scuola,tra luci e ombre
Infine, senz’altro indugio e in anticipo, sono arrivati i decreti attuativi della L. 107/2015. Bene? Male?
Controllando la tendenza alla critica a prescindere e trattenendo il ricorso al pregiudizio, possiamo dire: un po’ bene e un po’ male, sapendo che, comunque, ogni confronto comporta sempre lo schieramento di ideologie e di aspettative più o meno riscontrate.
Appare apprezzabile che, per fare l’insegnante, occorra intraprendere, al di là del superamento di un concorso,“un percorso triennale di formazione, inserimento e tirocinio (FIT) con una retribuzione crescente che parte fin dal periodo della formazione”. Peccato, però, che la ministra Fedeli abbia sostenuto, convintamente, che la retribuzione iniziale sarà di 600 euro lordi, cifra che, però, potrà levitare grazie alle possibili supplenze nel secondo anno e accrescersi ulteriormente nel terzo anno con la supplenza annuale. Uhm! Laurearsi e superare un concorso per accedere a 600 euro lordi ha il sapore di una beffa, non tanto o non solo per la cifra irrisoria e avvilente, quanto perché evidenzia ancora come al MIUR (leggasi: Sistema) non si ha misura del lavoro dell’insegnante e si continui a voler affrontare i nodi strutturali della scuola con la logica del “a costo zero”o quasi. Da uno Stato che si permette di distribuire ai neo-diciottenni 500 euro a scopo culturale(leggasi: cinema, concerti, eventi culturali, libri, musei, monumenti e parchi, …), ci si sarebbe aspettato qualcosa di più dignitoso. E certo non ha pregio affermare che, dopotutto, il concorso è un inciso e che il problema del campare dei vincitori di concorso avrebbe soluzione al suo termine.
Pienamente condivisibile l’insistenza sull’inclusione e la necessità di rafforzare “il ruolo delle famiglie e delle associazioni nei processi di inclusione”,coinvolgendo “anche e soprattutto attraverso la formazione in servizio - tutte le componenti del personale scolastico”. Perfetto! Speriamo che si chiarisca il vero significato di Inclusione e che ciò preluda ad una modificazione radicale del fare scuola, riconoscendo realmente la centralità dello studente, che deve essere messo in condizione di divenire consapevole della propria incompiutezza (specchio dell’incompiutezza dell’insegnante) e guidato nella costruzione della propria identità assumendo un ruolo da protagonista, più che non l’insegnante. Non possono continuare a ritenersi centrali, infatti, anche il rigorismo a tutti i costi, la valutazione di fatto selettiva, la concorrenzialità sostenuta dal miraggio di premi, il merito avulso dalle caratteristiche peculiari del singolo.
Buona la proposta di quantificare il personale sul sostegno, ad opera del dirigente scolastico, “sulla base del Progetto educativo individualizzato (PEI) di ciascuna alunna e ciascun alunno con disabilità e in coerenza con il Piano dell’inclusione di ciascuna scuola”, con“l’obbligo di tenere conto della presenza di alunne e alunni diversamente abili per l’assegnazione del personale Ata alle scuole”, purché non si ricada nella logica riduttiva delle risorse come, purtroppo, accade già da diversi anni e purché non si accampino limitazioni capestro alle deroghe.
I provvedimenti relativi a valutazione ed esami di Stato confermano le impostazioni correnti, pur prevedendo novità dal prossimo anno scolastico. Manca ancora, ci pare, il coraggio di affrontare la questione centrale: ricreare la scuola. Si continua a rimestare sui criteri di ammissione o non ammissione alla classe successiva, sul discrimine tra sufficienze piene o risicate o mediate e compensabili, sul numero delle prove d’esame, sul valore e collocazione strategica delle prove Invalsi… Ma è questo ciò che ci si aspetta dalla scuola? Se solo entriamo nel merito, soffermandoci sulla soglia del problema, sarebbe il caso che ci si spiegasse la permanenza del “test” Invalsi come requisito per l’ammissione all’esame del I e del II ciclo, pur prevedendo che si svolga in altro momento dell’anno scolastico. Peraltro, si chiarisce che il risultato del test“non influisce sul voto finale”,ma l’indicazione del livello raggiunto nelle varie discipline sarà indicato all’interno del curriculum dello studente, seppure in forma descrittiva. Francamente ci sfugge il senso di tutto ciò, che sembra sorpassare di un bel po’ la competenza valutativa propria degli insegnanti, come se si rimproverasse, a questa, di essere inattendibile perché“addomesticata”o perché inadeguata nel perseguimento dell’obiettività o, ancora, mancante del criterio di rilevare la trasversalità/specificità delle competenze che ci si attenderebbe al termine di un ciclo o del percorso di studi.
Luci e ombre dei decreti attuativi, si diceva, perché ancora riflettono l’esercizio delle “toppe”, degli aggiustamenti“tanto per”,e non sono il frutto di una riflessione profonda e approfondita, di un progetto pensato e costruito avendo a riferimento la comprensione dell’attuale situazione e delle dinamiche che sanciscono il rapporto dello studente con la scuola, con la conoscenza, con la percezione di sé e del mondo, con la costruzione di sé… del rapporto della scuola con gli studenti, degli insegnanti con una didattica che si costruisce giorno per giorno in funzione dell’altro e non di se stessi o del proprio sapere…
La rivista apre con un contributo di Filippo Cancellieri,“Dirigenti sotto esame”,nel quale si focalizza l’attenzione sulla valutazione del dirigente, evento epocale cui si perviene a seguito dell’approvazione della Legge 107/2015 dopo oltre 15 anni di sostanziale inerzia scanditi da iniziative sperimentali poco convinte o convincenti. Pur riconoscendone l’importanza, appare discutibile che la si consideri come fondamentale per incrementare la qualità del sistema scolastico, stante il fatto che rientra in un quadro del sistema scolastico da rivedere in ogni sua parte secondo una visione organica.
Il contributo successivo, a firma di Ivana Summa, “Operazione Portfolio. Dal Bilancio i competenze al piano di sviluppo professionale”, riflette sulle questioni operative connesse con la nota del 6 marzo 2017 n. 9684 che concerne lo sviluppo del Piano di formazione docenti 2016-2019. In particolare, ci si sofferma sul fatto che, se non si comprende bene il significato delle cose da fare rapportandole ai riferimenti scientifici e ai costrutti con i quali vengono veicolate - portfolio, competenze, bisogni formativi, piano di sviluppo – si corre il rischio reale che le scuole eseguano i compiti senza l’impatto migliorativo che la legge di riforma ha indicato.
A seguire,Carmen Russocon una disamina sulla “Didattica dell’alternanza scuola-lavoro”,ambito che ha visto le scuola del Molise posizionarsi al primo posto per numero dei percorsi attivato e che ha coinvolto il 90,6% degli studenti delle terze classi. Continua ad evidenziarsi, comunque, il legame debole tra scuola e mondo del lavoro, specie nelle regioni del Sud del Paese (Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia), dove il numero delle strutture ospitanti è decisamente inferiore rispetto a regioni quali Lombardia, Veneto, Emilia Romagna e Toscana.
“L’integrazione scolastica dei minori stranieri” continua ad essere argomento di estrema attualità, considerato l’incessante flusso migratorio che interessa il nostro Paese e coinvolge pienamente la nostra scuola. Carmen Iuvonene ha fatto specifico centro di interesse e flette le sue considerazioni ed osservazioni attualizzandone i contenuti. Nel contributo evidenziato in rivista, propone un argomento particolarmente significativo: il menù in classe che mette d’accordo tutte le religioni, un campo che è stato oggetto di interessanti sperimentazioni, in virtù del fatto che le religioni più antiche hanno da sempre regolato le proprie abitudini alimentari attribuendo un preciso valore alla ritualità del cibo e del digiuno.
La politica ci ha abituato, spesso per giustificare iniziative gravose per il cittadino, alla locuzione “ce lo chiede l’Europa”,a significare che la decisione è stata presa a livello transnazionale. La scuola e la sfera educativa nel suo complesso non sono immuni da questa particolare dinamica decisionale, come testimoniano le più recenti azioni di riforma che fanno espresso riferimento alle raccomandazioni segnalate dai rapporti OCSE in materia educativa e, più nello specifico, ai risultati di test come PISA (destinato a una valutazione generale del livello d’istruzione degli adolescenti) o TIMSS (dedicato alla valutazione del livello di apprendimento in ambito scientifico. Sull’argomento si veda il contributo di Damiano Verda, “Peer pressure e innovazione. Globalità e località del processo educativo”.
Un argomento che negli ultimi tempi appare con più insistenza tra gli interessi della scuola è l’educazione finanziaria, come comprovano il Memorandum d’Intesa per l’avvio di un progetto sperimentale di formazione in materia economica e finanziaria in alcune scuole campione siglato tra Banca d’Italia e MIUR già nel 2007 e il convegno del 27 gennaio scorso che ha avviato un ciclo di formazione rivolto a Dirigenti scolastici e docenti proprio su questo tema, peraltro rientrante tra le competenze che la legge 107/2015 colloca come indispensabili ai giovani. Loredana Garritanone tratta in: “L’educazione finanziaria a scuola”.
Un’organizzazione che apprende è quella che ha acquisito la consapevolezza della relazione indissolubile tra apprendimento, cambiamento e miglioramento. Questo l’assunto di fondo che ispira
Michela Lellanel contributo “Leadership e team building”,a sostegno della necessità che tutti i membri che fanno parte di una organizzazione sono tenuti a ricercare l’opportunità per accrescere ed ottimizzare le abilità individuali e di gruppo. In ambito scolastico, ciò significa che la leadership non può essere prerogativa del singolo né può essere affidata esclusivamente al Dirigente scolastico, ma deve coinvolgere tutti gli attori organizzativi. La stessa idea di scuola che emerge dal PTOF rappresenta lo sforzo istituzionale di un progetto comunitario nel quale tutti sono coinvolti come protagonisti di una visione che coinvolge tutti.
Un interessante risvolto tecnico in termini di sicurezza sul lavoro è quello offerto da Aldo Domenico Ficarain “Il dispositivo di protezione individuale (DPI) nell’alternanza scuola lavoro”,nel quale sottolinea la competenza in materia di formazione specifica in tema di salute e sicurezza che fa capo alla struttura aziendale ospitante o, eventualmente su sua delega (nel caso in cui non fosse in grado di assicurarla) la stessa scuola in relazione alla valutazione dei rischi a cui è sottoposto lo studente in alternanza rispetto ai compiti assegnati, alle macchine e attrezzature da utilizzare, ai tempi di esposizione previsti, ai dispositivi di protezione individuale forniti.
Il MIUR ha avviato il piano di formazione per i dirigenti scolastici in servizio e neoassunti confermando i riferimenti giuridici fondamentali del profilo del dirigente (D.Lgs. 165/01, D.Lgs. 150/09, DPR 80/2013), sempre più ispirati a compiti di indirizzo e promozione del piano dell’offerta formativa, se ne parla nel contributo di Filippo Sturaro“La formazione in servizio dei dirigenti scolastici” attraverso l’analisi dettagliata della nota Miur n. 40586 del 22 dicembre 2016.
Per la rubrica CPIA, anche Ada Mauriziopropone il tema dell’educazione finanziaria in“Gli adulti e l’economia: c’è molto da imparare”.La disciplina è entrata nell’offerta formativa dei CPIA in forma sperimentale per quest’anno scolastico, con l’obiettivo di diventare percorso ordinamentale già dal prossimo anno.
Per I Casi della Scuola, Antonio Di Lellopropone una questione che riguarda l’“Accesso ai documenti”,proponendo il caso di un docente di religione di un Istituto Comprensivo, che riceve una sanzione disciplinare da parte del Dirigente per essersi allontanata arbitrariamente dalla classe in cui stava prestando servizio, venendo così meno ai propri doveri di vigilanza. La docente non impugna il provvedimento ma propone due testimoni a propria difesa. A parere del Dirigente nessuno dei testimoni riesce a confermare la presenza della docente durante l’intervallo in cui si era allontanata arbitrariamente dalla classe. Da qui la richiesta di accesso della docente a tutti i documenti utilizzati dal DS come prova per l’irrogazione della sanzione, ricevendone motivato diniego. Sarà legittima la determinazione del DS?
Per La Scuola in Europa, Mario Di Mauro ci porta in Gran Bretagna con il contributo “Confusione sovrana in classe nel Regno Unito. Come fare senza ‘levels’?”Con il nuovo Curricolo nazionale del 2014 e l’eliminazione dei ‘livelli d’istruzione’, nella scuola britannica si è creato solo disorientamento e molta agitazione, perché è venuta a mancare una base per la valutazione degli alunni. Con la scomparsa dei livelli, la riforma ha voluto esortare a non confondere compiti, ruoli e scopi quando si tratta di educazione, perché la valutazione che conta non è quella curricolare ma quella che fa l’insegnante con il suo lavoro di ogni giorno con i suoi allievi. Come dire: un invito agli insegnanti a mettersi in gioco senza certezze.
Per Appunti di Psicologia, Vittorio Venuti propone quelle che appaiono come gli orientamenti programmatici che dovranno indirizzare la ri-creazione della scuola: “Inclusione, Individualizzazione e Personalizzazione: parole chiave della scuola che verrà”.I tre termini, infatti, racchiudono il senso di una scuola che deve necessariamente rinnovarsi, perché il significato stesso di Inclusione introduce ad una visione che, garantendo a tutti gli studenti individualizzazione e personalizzazione dell’apprendimento, sposta definitivamente il baricentro sullo studente e sulle sue specifiche caratteristiche.
In chiusura, Rosanna Visocchicon la rubrica di Giurisprudenza del Lavoro.