Chiunque oggi si misuri con i problemi dell’istruzione e della formazione si cimenta con la complessità; si ha la sensazione di dover intervenire su un sistema scuola che si trova in precario equilibrio su un piano inclinato: non lo si salva né facendolo scivolare in avanti né tentando di spingerlo indietro. Di ogni tempo si dice che è tempo di transizione e di grandi cambiamenti, ma dobbiamo ammettere che oggi siamo dentro un passaggio pieno di forti contraddizioni specialmente per la forza violenta con cui le innovazioni tecnologiche e scientifiche entrano nella vita quotidiana delle persone e disorientano le stesse istituzioni che strutturano le nostre società, alle prese con sconvolgimenti. Ciò che contraddistingue l’attuale transizione è l’accelerazione dei processi di cambiamento. Ci riferiamo alla velocità con cui si accumulano e si diffondono le conoscenze e le informazioni, tanto che è stato coniato il termine di infodemia per significare il profluvio di informazioni, spesso inaccurate, tale da generare disinformazione, distorsione della realtà con effetti pericolosi sul piano delle reazioni e dei comportamenti sociali. Se l’infodemia produce tante e troppe informazioni con sovraccarico informativo e distorsione del contenuto, l’entrata in scena dell’IA crea “una condizione in cui la produzione del sapere è colonizzata dalla sua apparenza. Un’epidemia di testi verosimili che simulano razionalità, argomentazione, autorevolezza — senza alcuna garanzia di fondamento”. (Walter Quattrociocchi, L’inganno perfetto dell’intelligenza artificiale: scrive bene ma non sa nulla, Corriere.it, 25/7/2025).
Questo fenomeno, denominato epistemia, viene analizzato da Gabriele Benassi nel suo contributo riguardante l’IA. Il termine indica la produzione di informazioni caratterizzata da un “cambiamento di regime”, di paradigma, perché si entra in un sistema comunicativoin cui il vero e il falso operano in modo da non poter essere distinti dalla forma, “portandoli entrambi dentro il dominio del verosimile. Siamo passati dall’era della verità e della menzogna all’era del plausibile”.Con uno stile davvero accattivante, l’autore di questo contributo denomina l’output dell’IA come fictional, che ha una formidabile tradizione nella letteratura di tutte le epoche e di tutti i popoli, che forma lettori esperti perché consapevoli che ciò che viene narrato non coincide con la realtà fattuale. Ma l’output dell’AI è l’esito di un algoritmo che ragiona in termini binari, di vero/falso.
E’ necessario che la scuola assuma con consapevolezza, contemporaneamente, sia la competenza che la tradizione umanistica chiama lettura criticache quella che la tradizione scientifica denomina pensiero critico: “usarle insieme, davanti alla macchina del verosimile, è la competenza del nostro tempo”.Ma la scuola è pronta a raccogliere questa sfida? Se guardiamo alla produzione ministeriale di norme di vario tipo e che interessano ogni aspetto della scuola, sembrerebbe ci siano un bel po’ di contraddizioni che generano molta confusione. Pensiamo alle politiche riguardanti gli assetti ordinamentali e i contenuti dei curricoli dei diversi gradi ed ordini di scuolache stridono con le linee guida sull’IA a scuola. Ma ancora più inquietante ci appaiono i persistenti schemi cognitivi e culturali che Rosa De Leonardis, nel suo contributo “L'illusione della gerarchia: perché la scuola italiana ragiona ancora come nel 1923”, mette in evidenza interpretando certe pratiche e certe scelte come indicatori della persistenza del framegerarchico, che ritroviamo in convinzioni e in scelte che sembrano sensate, ma sono residui incrostati del passato: la gerarchia tra i saperi, quella tra le discipline, quella tra gli ordini di scuola secondaria di 2° grado e perfino l’ opzionalità del latino nella scuola secondaria di 1° grado. Chi volesse approfondire questi aspetti lo può fare leggendo il libro della stessa autrice, da noi censito nell’apposita rubrica, “La riforma Gentile. Genesi filosofica e persistenza pedagogica di un modello educativo”.
Oggi si rende necessario riflettere sul senso dell’istruire e dell’educare, trovando la strada tra continuità e discontinuità con il passato, tra vecchie e nuove competenze per comprendere in quale direzione la scuola dovrebbe andare, conservando e cambiando contemporaneamente. La scuola è coinvolta in straordinari cambiamenti e ha bisogno di ritrovare l’orizzonte di senso entro il quale rintracciare le sue finalità e il suo mandato perché, mai come ora, disegnare la rotta significa scommettere su un futuro che sconfina con il presente. E’ per questo che abbiamo voluto intestare alla tenuta istituzionale della scuola il nostro editoriale, come riflessione inevitabile all’inizio di un nuovo anno scolastico.
Il contributo di Eva Nicolò ci aiuta a visualizzare come la scuola si muove in mare aperto, dovendo fronteggiare contemporaneamente la quotidiana emanazione di norme, decreti, circolari che, trasmesse per conoscenza e norma, chiedono di essere ottemperate creando, di fatto, pressione sul dirigente scolastico, sui docenti, sul personale ATA. Un’altra forte pressione viene esercitata dalla conflittualità con cui le famiglie irrompono quotidianamente per contestare “una valutazione, un provvedimento disciplinare, persino l'assegnazione dei compiti” innescando uno scambio di mail nel giro di poche ore, prima ancora che la scuola abbia potuto ricostruire i fatti. Ma la pressione mediatica e social è forse la pressione più sconvolgente per la pervasività ed intensità, che“ha profondamente mutato il rapporto tra scuola e società. I social hanno avvicinato ruoli e tempi rendendo la comunicazione continua, immediata e virale. Ogni scelta, ogni problema può essere diffuso subito, commentato da chiunque, producendo esiti che non sono rispondenti alla comprensione della complessità delle situazioni. Un episodio isolato, un video, un commento fuori contesto possono uscire dal perimetro della scuola e diventare un caso pubblico prima che l'Istituto abbia potuto elaborare una risposta”. Come garantire la tenuta della scuola? L’autrice indica la strada ai dirigenti scolastici e ai docenti in crisi, con e senza esperienza.
Laura Bertocchi e Mario Maviglia affrontano due aspetti che sono alla base della vita scolastica degli alunni e degli insegnanti: la competizione e la cooperazione che, avendo comuni radici etimologiche, “non sono in contrapposizione semantica …e invece, per strani fenomeni distorsivi, oggi l’un termine presenta un significato opposto all’altro”. Attraverso documentate argomentazioni che, peraltro, trovano riscontro nella realtà delle nostre classi, mettono in evidenza che “tanto l’approccio competitivo quanto quello cooperativo mirano a sviluppare gli apprendimenti degli studenti, … ma una scuola competitiva sembra oltremodo preoccupata di far emergere i risultati individuali, i talenti, senza assegnare una particolare importanza alla dimensione sociale dell’apprendimento, puntando maggiormente sull’impegno individuale” mentre la cooperazione, favorita con appropriate metodologie didattiche, basate sull’interazione e sulla co-costruzione della conoscenza, presenta vantaggi che travalicano l’apprendimento, per approdare a competenze necessarie per la formazione dei giovani come cittadini che sono in grado di fare comunità restituendo alla società la loro dimensione autenticamente umana.
Infine, vogliamo accennare al contributo di Vincenzo Palermo che, come critico cinematografico che insegna in una scuola secondaria di 2° grado, ha elaborato una proposta metodologico-didattica, che si svilupperà nei numeri successivi per tutto l’anno scolastico, per rispondere alla seguente domanda: come si può comprendere il valore artistico e culturale dell’Odissea di Cristopher Nolan e come la si può utilizzare nella progettazione a scuola? La risposta è in una progettazione di cinque unità didattiche centrate su tematiche guida espunte dalla filmografia di riferimento e dal testo letterario che tradizionalmente viene proposto agli studenti di questa fascia d’età. Siamo sicuri che possa essere una interessante guida per tutti quegli insegnanti che hanno a cuore la custodia della tradizione senza rinunciare all’innovazione, facendo incontrare in modo fecondo il passato con i suoi miti e la contemporaneità con la ricerca di senso per interpretare il presente.