Il referendum per abrogare la Buona Scuola non raggiunge le 500 mila firme
La Corte di Cassazione ha annunciato che non sono state raggiunte le 500mila firme valide per chiedere il referendum abrogativo dei 4 punti più contestati della legge 107/2015. Ciò nonostante l’ampia e corale contestazione dell’intera riforma che, secondo un sondaggio della Gilda degli Insegnanti, la dava per bocciata dall’80% del campione rappresentativo di docenti intervistati. Data per scontata la tiepida mobilitazione dei genitori, il mancato raggiungimento del quorum può essere attribuito esclusivamente alla tendenza alla rassegnazione degli insegnanti, ormai avvezzi al succedersi di riforme e inclini a pensare che, dato l’avvio, non ci sia più nulla da fare.
Mentre il Pd non cela il suo entusiasmo per lo scampato pericolo, Pippo Civati (fautore del referendum) non risparmia le sue critiche: “Invece di cercare fallimenti negli altri e invece di esultare per il fatto che non ci siano firme sufficienti per promuovere il referendum sulla buona scuola, Il Pd farebbe meglio a guardare ai propri fallimenti. Basta leggere i giornali o ascoltare i racconti di quanti ogni giorno, alunni e insegnanti, pagano sulla propria pelle il disastro della buona scuola. Da nord a sud: siamo a metà ottobre e gli istituti ancora non hanno cominciato l’anno scolastico in maniera regolare. Addirittura in uffici scolastici i dirigenti hanno dovuto richiamare in servizio i pensionati per fare ordine nel caos scientifico creato da questa riforma. Non era mai successo. Senza parlare dei disagi dovuti all’algoritmo che ha mandato migliaia di insegnanti vincitori di un concorso in regioni che non avevano nemmeno indicato nella scelta delle cattedre. Ma di cosa parla il Pd? Lo strumento referendario è complesso e il fatto che non si siano raggiunte le firme non certifica che le persone siano a favore di una riforma. D’altra parte non tutti possono schierare la Coldiretti per raccogliere le firme, come hanno fatto loro con il referendum costituzionale. Tra l’altro parliamo di una legge che non vedeva consensi unanimi nemmeno nel Pd, tanto da costringere il Governo a mettere la fiducia anche su questo provvedimento. Fiducia alla quale io ho votato no. Si chiama fallimento politico e sicuramente non è il mio”.
Resta ancora da vedere se, comunque, ci saranno ripercussioni sul prossimo referendum costituzionale del 4 dicembre, per il quale non è previsto alcun quorum.





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