DIRIGERE LA SCUOLA N. 5/2016

EDITORIALE di Vittorio Venuti

Il concorso docenti e la scarsa considerazione di commissari e candidati

 

 

Infine, l’ora zero del concorso docenti è scoccata: 165.578 candidati per 63.712 posti. L’85,2% delle domande è stato inoltrato da donne; percentuale che sale al 95,6% se si guarda al bando della primaria e dell’infanzia, che si attesta al 91,7% per il sostegno e scende al 66,6% per secondaria di I e II grado. Il 63,1% delle domande proviene da candidati che hanno meno di 40 anni (con un picco del 69,9% in Lombardia). L’età media generale è 38,6 anni (39 per il bando primaria e infanzia, 38,8 per secondaria di I e II grado, 34 per il sostegno).

Si conferma ulteriormente la femminilizzazione della scuola, quasi plebiscitaria per infanzia e primaria, più contenuta per la secondaria. Peraltro, si annuncia un ringiovanimento del corpo docente, che comunque risente del fatto che per la stragrande maggioranza si tratta di insegnanti precari che nella scuola lavorano anche da molti anni. Questo ringiovanimento è stato sottolineato con enfasi dal ministro Giannini ma, onestamente, non sappiamo riconoscere l’equivalenza sottesa con la qualità della scuola, se non si dovesse fondare su una accorta e decisa formazione dei docenti, prevista sì dalla riforma, ma ancora poco credibile; né sappiamo immaginare su quali percorsi professionalizzanti tale formazione vorrà incanalarsi. Se si può essere d’accordo sul fatto che un insegnante non può rimanere sulla cattedra a far lezione in età avanzata, proprio per l’eccessivo distacco dall’età dei discenti, cionondimeno non possiamo dimenticare il valore dell’esperienza, i cui frutti più importanti si raccolgono in età matura. Una politica scolastica accorta dovrebbe tenere conto anche di questo, anziché marciare furbescamente all’insegna della“rottamazione”.

Dire se il concorso andrà a buon fine è ancora prematuro: troppi nodi da sciogliere, troppe difficoltà da affrontare, troppi ricorsi, troppe polemiche... troppa fretta e poco ascolto, capacità organizzativa non espressa al meglio, troppa voglia di strafare per stare dentro i tempi.... quali tempi?, e dettati da chi?

Dietro la caparbietà con cui si è voluto questo concorso, perché la scuola proceda sul solco deciso del rinnovamento proposto dalla “Buona Scuola”, continua a celarsi una scarsa considerazione proprio degli insegnanti, se vogliamo leggere in questa prospettiva il valore, in termini economici, miserevolmente superfluo - apostrofato come “indegna elemosina”dai parlamentari di M5S - attribuito ai membri delle commissioni giudicatrici, al punto da renderli latitanti. Un pò come se la stessa Amministrazione volesse fare autogol, indecisa se andare avanti o smontare le tende; e comunque, andando avanti, farlo a costo zero. Né ha pregio la dichiarazione del premier Renzi che, in effetti, il compenso previsto per i membri delle commissioni è “troppo poco”e che il Governo ci lavorerà sopra.

Il problema non è, ormai, recuperare qualche altro centesimo per le commissioni giudicatrici (sempre di“elemosina”si tratterà) ma rendersi conto di come mai si incappa in tali errori marchiani e come questi errori si fondino su una concezione del tutto inadeguata degli insegnanti, siano essi nella commissione giudicatrice siano essi persone da esaminare. Parliamo di 50 centesimi per ogni elaborato o candidato esaminato (compenso che si riduce del 50% se la commissione si suddivide in sottocommissioni), da aggiungere su una base forfettaria di 251,00 euro per i Presidenti e di 209,24 euro per i commissari che, per di più, non saranno esonerati dal servizio. Stante così le cose, c’è da chiedersi come i commissari potranno contemperare l’impegno del concorso con quello dell’insegnamento.

Ancora peggio, ovviamente, il riconoscimento economico per il personale che svolge attività di sorveglianza nelle aule dove si svolgono le prove: per loro si prevede un compenso di 20,92 euro lordi per ogni giorno di presenza in aula. C’è chi si è avventurato a fare calcoli e sembra che, tenuto conto di tutto, tra una prebenda e l’altra, un commissario guadagnerà ben 1,90 euro l’ora. Davanti a questi numeri non si può che rimanere sconcertati! La beffa è che i compensi così stabiliti sono disciplinati da un decreto interministeriale del 12 marzo 2012, che riguardava i concorsi per dirigenti scolatici e che fa testo anche per i concorsi a cattedra, nel quale si legge che essi tengono conto “sia della professionalità che dell’impegno richiesti per l’esame dei candidati”. Se tanto mi dà tanto… .

Il tanto clamore suscitato da questi compensi offensivi ha indotto diversi parlamentari a chiedere maggior rispetto per gli esaminatori e i sindacati a chiedere di bloccare tutto o a fare slittare le prove. Il Ministero Economia e Finanze si è messo a studiare come reperire i fondi. Comunque sia, e comunque si definisca la faccenda, il problema resta e va al di là della semplice questione economica: investe direttamente il modo in cui il potere politico considera e governa il sistema d’istruzione in generale e il personale in particolare.

Forse si dovrebbe stare più attenti al senso delle cose ed evitare che l’autoreferenzialità a tutti i costi prevalga sul semplice buon senso. La riforma offre ottimi punti di rinnovamento, ma non riusciamo a immaginarla, come la stessa ministra Giannini ha detto in un impeto di esaltazione, come argine all’illegalità, perché “la mafia ha paura della Buona Scuola”. Il primo argine contro la mafia, il malaffare, la corruzione, ecc., dovrebbe trovare forma nei politici e negli amministratori. La scuola contribuisce da sempre a far crescere la coscienza civica degli alunni e a propagandare la legalità, perché ciò è inscritto nel suo Dna, nei valori dell’educazione e dell’istruzione, non certo perché ispirata dalla Riforma.

 

Secondo il dettato costituzionale, in materia di istruzione allo Stato spetta di definire le norme generali e i livelli essenziali di prestazioni (LEP), mentre in materia di istruzione e formazione professionale si afferma la competenza residuale esclusiva delle Regioni. Con questa problematica apre, questo numero della rivista, Anna Armone, con la prima parte di “Fabbisogni standard e livelli essenziali di prestazioni in materia di istruzione”. In particolare, il contributo riprende il potere dello Stato nella disciplina delle funzioni fondamentali di Comuni, Provincie e Città metropolitane e lo fa soffermandosi su tre punti:

1) le funzioni amministrative dei Comuni, Province e Città metropolitane ex art. 118 Cost.;

2) le funzioni fondamentali dei Comuni, Province e Città metropolitane ex art. 117 Cost, comma 2, lett. p);

3). i livelli essenziali delle prestazioni ex art. 117 Cost, comma 2 lett. m) determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale.

 

Uno dei punti più qualificanti della Riforma voluta con la Legge 107/2015 è quello di aver normato i percorsi di alternanza scuola-lavoro già previsti dalla Riforma Moratti, prevedendo una scansione temporale diversificata per gli istituti tecnici e professionali (400 ore) e per i licei (200 ore), da realizzare obbligatoriamente nel secondo biennio e nell’ultimo anno degli istituti d’istruzione superiore di 2° grado già a partire dal corrente anno scolastico. Gli adempimenti connessi sono diversi e tra questi se ne evidenziano alcuni che, se erroneamente eseguiti o addirittura inevasi, espongono il dirigente a gravose responsabilità civile, patrimoniale e, in alcuni casi, anche penale.Pasquale Annesene tratta nel contributo “L’alternanza scuola-lavoro nella Buona Scuola. Gli adempimenti in tema di sicurezza, Inail e Rct. Forse non tutti sanno che…”.

A firma di Filippo Cancellieriuna opportuna riflessione sulle modifiche ordinamentali che la legge 107/2015, con il suo corollario di decreti e regolamenti attuativi, avrà sulle prestazioni lavorative del personale della scuola. In “Le condizioni di lavoro nella Buona Scuola. Gli ATA i grandi esclusi”, in particolare si pone in rilievo che il personale ATA non viene assolutamente coinvolto nel quadro delle innovazioni, come se non incidesse anch’esso, a sua volta, nel processo di miglioramento della scuola, pur se i processi trasformativi che riguarderanno tutte le categorie professionali lo chiama comunque direttamente in causa.

Filippo Sturaro ci conduce ad esaminare, nel contributo “Education at a Glance 2015: la posizione dell’Italia”, l’annuale rapporto OCSE che analizza i sistemi d’istruzione dei 34 Paesi membri fornendo autorevoli contributi e informazioni sullo stato dell’istruzione in ordine a struttura, finanziamento e performance dei vari sistemi di istruzione. Il focus dell’Italia entra nello specifico di 5 dimensioni:

1) Istruzione terziaria secondo la nuova classifica ISCED 2011, (International standard classification of education);

2) Livelli di istruzione conseguiti, competenze e partecipazione al mercato del lavoro;

3) Equità nell’istruzione;

4) Professione docente;

5) Finanziamento dell’istruzione.

Scuola e Teatro hanno suggellato una stretta alleanza, come si rileva dalle Indicazioni strategiche per l’utilizzo delle attività teatrali per il prossimo anno scolastico presentate a Roma dal Sottosegretario Davide Faraone in occasione della Giornata Mondiale del Teatro. Michela Lellariprende l’argomento ne “L’indiscusso valore pedagogico del Teatro”, accortamente rilevando che l’incontro tra il teatro e la pedagogia può prodursi nella sua pienezza, solo se si riconosce un ruolo fondamentale all’esperienza laboratoriale. Il laboratorio teatrale è uno spazio nel quale poter costruire la conoscenza con passione e coinvolgimento, ancora più importante per i giovani perché, più di ogni altra arte, il teatro è pluralità di linguaggi.

Prende spunto da una precisa indicazione della Legge 107/2015 (comma 16), laddove precisa che il Ptof deve prevedere azioni di sensibilizzazione e di informazione per educare al rispetto reciproco. il contributo di Loredana Garritano“L’educazione alla parità tra uomini e donne e al rispetto dei generi”. In accordo con la nuova programmazione comunitaria 2014-2020, la legge della Buona Scuola insiste sulla necessità che la scuola non sia solo un luogo di conoscenza ma anche uno spazio accogliente e positivo rispetto al processo di sviluppo dell’identità di genere. La scuola, quindi deve riconoscersi un ruolo educativo fondamentale nel contrasto alla violenza e al bullismo per educare alla parità e al rispetto delle differenze e per superare gli stereotipi che riguardano il ruolo sociale.

Il crescente utilizzo dei mezzi tecnologici, in particolare di internet, ha indotto e induce profonde modifiche nella natura dei processi comunicativi. Le stesse alternative proposte dagli smartphone (connessione alla rete, molteplici applicazioni e app) hanno modificato il paradigma della comunicazione trasformandolo da sincrono in asincrono al punto che la conversazione può svilupparsi in armonia con i desideri di ciascuno degli interlocutori, in tempi lunghi e inframmezzata ad altre attività. Il potenziale applicativo delle nuove tecnologie è enorme e merita di considerarle sempre più e meglio nel campo della formazione. Damiano Verdane tratta in “Tecnologia al servizio dell’apprendimento”.

Frequente oggetto di contenzioso giudiziario, la valutazione degli apprendimenti e del comportamento costituisce un tema di rilevante importanza didattica e pedagogica, in quanto parte costitutiva del processo insegnamento-apprendimento. Focalizzare, perciò, l’attenzione anche sugli aspetti formali e procedurali che regolano il giudizio di valore dei consigli di classe appare quanto mai opportuno, specialmente considerando che siamo prossimi alla valutazione di fine anno scolastico. Gianluca Dradipropone una saggia digressione in merito nel contributo “La valutazione degli alunni e le norme che la disciplinano”.

Per la rubrica CPIA, Ada Mauriziofocalizza l’attenzione su “Le risorse per i CPIA”, che assommano globalmente a un milione e 900mila euro e che ogni CPIA si è visto assegnare nella misura del 30% in ragione ai punti di erogazione di cui si compone la rete territoriale e per il 70% in base al numero di Patti Formativi Individuali definiti dalle Commissioni nelle articolazioni funzionali, attive presso ogni CPIA. In realtà, i centri funzionanti sono centoventisei e si vedranno assegnare una media di dodici/quattordici mila euro, con i quali ogni CPIA dovrebbe ideare, progettare e adottare i dispositivi necessari per la definizione del Patto Formativo Individuale e le misure di sistema necessarie per il raccordo tra i percorsi di primo livello e quelli di secondo livello.

Per I Casi della Scuola, Antonio Di Lelloaffronta la questione de “La sanzione disciplinare dell’avvertimento scritto”, avendo a pretesto il caso di una docente di un istituto comprensivo alla quale il Dirigente scolastico ha irrogato la sanzione disciplinare dell’avvertimento scritto imputandole diversi addebiti generici, ma omettendo di convocarla per il contraddittorio a sua difesa nei termini previsti dall’art. 55 bis del D.Lgs n. 165/2001. La convocazione della docente viene fatta circa un mese dopo a termini di legge ampiamente scaduti, motivo per cui la stessa docente rinuncia ad esporre le sue controdeduzioni. A questo punto: è legittima la determinazione assunta dal Dirigente scolastico nell’irrogare la sanzione disciplinare?

Per La Scuola in Europa, Mario Di Mauro, nel contributo “Anche la scuola slovacca alla ricerca della qualità per competere col mondo”, ci intrattiene sul quel sistema d’istruzione che, dopo la separazione dalla Repubblica Ceca, ha subito numerosi cambiamenti che hanno migliorato l’organizzazione scolastica e rivisto gli indirizzi educativi e formativi ispirandosi al modello europeo occidentale. Oggi l’istruzione pubblica in Slovacchia mostra un disegno ben equilibrato e ben articolato, sia nella sua struttura primaria e secondaria di base, sia in quella superiore e universitaria.

Per gli Appunti di Psicologia della Gestione, Vittorio Venuti propone un argomento che interessa quanti sono alle prese con il concorso a cattedra ma che si rivolge anche agli insegnanti di ruolo: “Caratteristiche fisiche, sociali, emotive, intellettuali degli studenti dei vari ordini di scuola”, nella convinzione che non si può ragionevolmente insegnare in uno qualsiasi degli ordini di scuola se non si possiede una visione della crescita degli studenti dalla nascita almeno fino a tutto il percorso dell’istruzione. L’esortazione è di considerare sempre che lo studente che si ha di fronte ha una storia personale, frutto di determinanti ereditarie ed ambientali che si sono intrecciate e sviluppate nel tempo, comunque rendendolo unico ed irripetibile. Peraltro la conoscenza delle caratteristiche di sviluppo si definisce come presupposto indispensabile per calibrare la personalizzazione dell’insegnamento.

In chiusura la consueta rubrica di Giurisprudenza del lavoro di Rosanna Visocchi.X

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