Se progettata e persino programmata, in che modo 'l'imprenditorialità' può farsi educazione tra i banchi di scuola?

Mario Di Mauro

Non erano ancora giunte in Europa che già si dissertava sulle 'charter schools' per come tenevano bene insieme pubblico e privato in quel continuo sperimentare varianti educative nelle scuole di tanti stati americani. Scuole, le 'charter schools',  finanziate con fondi pubblici ma gestite in modo privato. E quindi con responsabilità dirette sia organizzative che didattiche su obiettivi e curricoli di ogni scuola locale. Una formula quella pubblica-privata che come noto già da metà del secolo scorso puntava ad ambienti di apprendimento di successo, tanto per il sociale educativo quanto per l'attività professionale in sè. Formula del resto già nota perchè a priori vincente comunque, proprio come lo era anche per le più quotate ed esclusive 'magnet schools', o al limite per le stesse 'indipendent schools'. A testimonianza di uno sforzo di generale ripensamento educativo e di una forte richiesta di partecipazione sociale.

Da allora molti gli anni trascorsi assieme ad altrettanti cambiamenti, sin dal modo in cui fu lo stesso "pubblico"  a riflettere sulle proprie responsabilità e sulla stessa visione del modo di fare scuola.

Implicata e sottesa una maggiore apertura al dialogo col "privato" riconoscendone le legittime attese ma da soddisfare entro spazi comuni di reciproca libertà. Certamente mai tanto essenziale, a fronte di un progresso tecnologico ben oltre l'immaginabile  anche sui modi dell'interagire socio-educativo dell'istruzione, da sempre fattore primario per eccellenza.

Già solo questo, una vera e propria sfida per una contemporaneità in cui ciascuno si affanna a riprogettarsi nell'affrontare scenari che causano smarrimento. Scenari che mostrano argini sugli stessi valori del 'conoscere', tra sapienza scientifica e perizia tecnologica. Spesso senza averne dell'una e dell'altra reale contezza.

(pubblicato su DIRIGERE LA SCUOLA N.3 Marzo 2022)

 

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