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Con nota n. 3380 dell’8 febbraio il MIUR ha chiarito le modifiche apportate all’Alternanza Scuola-Lavoro: si modifica la denominazione, si riduce il monte ore da svolgere negli ultimi tre anni e, conseguentemente, si riducono i fondi a disposizione.

Già dal corrente anno scolastico si dismette la denominazione di Alternanza e si assume quella di “Percorsi per le competenze trasversali e per l’orientamento”.

Per quanto riguarda la durata dei “Percorsi per le competenze trasversali e per l’orientamento”, viene indicato un monte ore minimo da svolgere:

§  non inferiore a 210 ore nel triennio terminale del percorso di studi degli istituti professionali;

§  non inferiore a 150 ore nel secondo biennio e nell’ultimo anno del percorso di studi degli istituti tecnici;

§  non inferiore a 90 ore nel secondo biennio e nel quinto anno dei licei.

Già da quest’anno, quindi,ravvedendone la necessità, le scuole dovranno rimodulare la durata dei percorsi già progettati in un’ottica pluriennale, in coerenza con il PTOF.

Così come prescrive la legge di Bilancio, entro 60 giorni dalla sua entrata in vigore,il MIUR dovrà emanare un decreto per definire le Linee Guida in merito ai percorsi per le competenze trasversali e per l’orientamento.

Le linee guida sono già in fase di elaborazione e troveranno applicazione a partire dal prossimo anno scolastico, per i progetti che avranno inizioo si troveranno in corso d’opera.

Il MIUR precisa che, in misura proporzionale alla revisione delle ore minime dei percorsi, vi sarà una riduzione delle risorse finanziarie comunicate in sede di assegnazione preventiva relativamente al periodo gennaio-agosto 2019 (nota n. 19270 del 28 settembre 2018). La riduzione avrà effetto anche nei confronti di soggetti terzi.

La comunicazione definitiva delle risorse sarà fatta entro fine febbraio.

Infine le prove Invalsi debuttano nelle quinte classi dei licei e degli istituti tecnici e professionali, secondo le disposizioni della legge 176/2007 che le ha introdotte e che, dallo scorso anno, oltre a italiano e matematica, prevede anche prove standardizzate di verifica per inglese.

Le prove avranno inizio a partire dal 4 marzo e andranno avanti fino al 30, sulla base di un calendario che ogni scuola può decidere in autonomia secondo le proprie esigenze.

Gli studenti interessati (tra statali e paritarie) sono quasi 480mila studenti; i computer connessi sono 220.584.

L’arrivo delle prove Invalsi in quinta superiore doveva avviarsi in contemporanea con il nuovo esame di maturità, che scatterà a giugno. La riforma del 2017 prevedeva che il suo svolgimento dovesse costituire, assieme all’alternanza, requisito d’accesso alle prove finali, ma l’attuale Governo, con il decreto milleproroghe ha dispostoil rinviodell’entrata in vigore della norma al prossimo anno scolastico (2019/2020). Lo svolgimento dei test resta comunque obbligatorio.

Per italiano e matematica sono previsti cinque livelli, che descrivono sinteticamente le competenze dimostrate dal ragazzo, dalle più elementari alle più avanzate; un ulteriore livello indica il mancato raggiungimento di quello “base”. Per l’inglese si utilizzano i livelli B1 e B2 del quadro comune europeo di riferimento (Qcer), più un ulteriore livello per chi non arriva al B1. Saranno attribuiti “giudizi”, in italiano e in inglese, che per chi li ha superati valgono anche come certificazioni.

Per italiano e matematica ogni studente ha a disposizione due ore, con un tempo aggiuntivo di 15 minuti per gli studenti disabili o con disturbi specifici di apprendimento (Dsa). Il test di italiano è unico per tutti gli indirizzi di scuola e consiste in una prova di comprensione del testo che non implica la conoscenza specifica di autori o di opere letterarie, articolata in sette unitàrelative alla comprensione e in un’unità di riflessione sulla lingua. Il numero totale di domande è di circa 60.

Per matematica ci sono domande comuni a tutti gli indirizzi e altre specifiche per scientifici e istituti tecnici.

La prova d’inglese si articola in due “sotto-prove”, una di lettura, l’altra di ascolto.

FARE L'insegnante n.6/2018 -2019

Rivista mensile di Formazione e Aggiornamento professionale e culturale per i docenti delle scuole di ogni ordine e grado

Editoriale di  Luciano Lelli  Direttore editoriale

1.Come è più che noto a tutti gli addetti ai lavori, la valutazione è impegno continuo (oggetto di studio e ricerca, preoccupazione, anche in non pochi casi ossessione) in ambito scolastico. Essa, per altro, è attività esercitata anche in svariati altri campi operativi: per esemplificazione mi riferisco alla valutazione, costantemente reperibile nei giornali, delle prestazioni dei calciatori (giudicate con voti numerici e giudizi verbali).

Nella scuola essa costituisce un processo ininterrotto di ampliamento/articolazione dei principi fondativi, delle metodologie di attuazione, della rilevanza funzionale ad essa attribuita: fino al vigente livello molto elevato di complessità al quale si è pervenuti, tale da non escludere l’alta opportunità di intervenire, da parte di tutti i corresponsabili della valutazione, per essenzializzarla, per far sì che essa sia valenza operativa imprescindibile, non formalistica, non troppo onerosa in fatto di concretizzazione, effettivamente capace di contribuire all’implementazione qualitativa del sistema scolastico nazionale.

FARE L'insegnante n.5/2018 -2019

Rivista mensile di Formazione e Aggiornamento professionale e culturale per i docenti delle scuole di ogni ordine e grado

Editoriale Ivana summa Direttore responsabile

Abbiamo dedicato questo numero della rivista ai nuovi modelli di formazione in servizio del personale docente perché in quest’ultimo triennio sono stati investiti rilevanti finanziamenti in questo settore. Il nuovo si riferisce sia a quanto previsto e proposto nel Piano Triennale di formazione 2016-20190 emanato in attuazione della legge 107/2015, sia agli sviluppi della ricerca nell’ambito della formazione di adulti professionisti. Lasciamo ai margini le questione della obbligatorietà della formazione in servizio (ne, discute, peraltro, in modo problematico Luciano Lelli nel settore dedicato agli approfondimenti tematici) per poter considerare altri profili che riteniamo rilevanti.

Fanno ancora discutere le parole del Ministro Bussetti che, in visita alle scuole di Afragola e Caivano, rispondendo alla domanda di un cronista se servissero più fondi al Sud per recuperare il gap con le scuole del Nord, ha risposto seccamente: «No, ci vuole l’impegno del Sud, vi dovete impegnare forte, questo ci vuole. Più fondi? No, più impegno: lavoro, sacrificio, impegno, lavoro e sacrificio».

La dichiarazione ha suscitato immediate reazioni da più parti e i tentativi di recupero da parte di Bussetti non hanno avuto alcun esito, anche perché il linguaggio non verbale che accompagna il contenuto espresso è molto chiaro.

Sulla questione è intervenuta anche ANP con un comunicato stampa:

Inaccettabili le parole del Ministro Bussetti contro le scuole del Sud

«Che sia necessario impegnarsi in qualsiasi lavoro – ed in particolare in quello pubblico, pagato da tutti gli Italiani – noi dell’ANP lo abbiamo sempre creduto fermamente.

Così come crediamo, da persone di scuola, che il lavoro scolastico rivesta una importanza tutta particolare in quanto forgia il futuro della Nazione.

Se il Ministro dell’istruzione ritiene che, nel settore di cui egli è responsabile, qualcuno non si impegni a sufficienza, dispone di tutti gli strumenti per intervenire.

Quello che il Ministro – rappresentante del sistema scolastico nella sua interezza geografica – non può assolutamente fare è delegittimare il personale “del Sud”, utilizzando espressioni divisive che lasciano intendere che “nel Sud” non ci si impegna adeguatamente.

Forse il Ministro ignora che, in molte aree “del Sud”, le scuole sono l’unico avamposto dello Stato e che gli edifici scolastici (spesso malridotti, ma non certo per responsabilità di chi vi lavora) sono gli unici su cui sventola con orgoglio il tricolore. Quelle scuole – o meglio, tutte le persone che vi lavorano: dirigenti, docenti, ata – evitano ogni giorno che tanti ragazzi cadano preda della criminalità e consentono loro di coltivare la speranza di un avvenire onesto. Delegittimarle significa screditare tutto questo ed è inaccettabile.

Costituisce invece preciso dovere del Ministro impegnarsi per migliorare il servizio a livello nazionale e rafforzare, nel contempo, la fiducia dei cittadini verso di esso.

Auspichiamo dunque che riesca a reperire le risorse economiche del caso e a dotare le scuole autonome di strumenti idonei per conseguire tale obiettivo.

Dal canto nostro, ci limitiamo a suggerire alcune proposte:

• reperire fondi per contrastare la fatiscenza di molti edifici scolastici

• incrementare i finanziamenti per il salario accessorio (MOF e bonus) destinato al personale, utilizzabile dai dirigenti quale leva gestionale per il miglioramento e non “a pioggia”

• rispristinare i finanziamenti per l’alternanza scuola-lavoro, in funzione di contrasto alla crescente disoccupazione giovanile, nelle scuole superiori che intendano organizzarla appieno

• consentire ai dirigenti di selezionare il personale supplente celermente, sulla base delle competenze possedute, abolendo il fallimentare sistema delle graduatorie

• ritirare le recenti istruzioni sul codice dei contratti, foriere solo di confusione e di complicazione.

«L’ANP è favorevole ad un vero e deciso miglioramento dell’efficacia del sistema educativo, ma nel rispetto della dignità e dei ruoli di tutti i lavoratori che vi prestano servizio. Siamo contrari a qualsiasi delegittimazione delle scuole e del personale, da qualunque direzione provenga».

L’annunciato progetto del governo di “regionalizzare! La scuola sta suscitando una chiara opposizione da parte dei sindacati. Dopo il NO fermo di Flc-Cgil, Cisl-Scuola e Uil- Scuola,Snals, Gilda, è arrivata la proclamazione dei UNICOBAS di uno sciopero Scuola e Università per l’intera giornata di mercoledì 27 febbraio.

La motivazione è chiaramente esplicitata dal segretario nazionale Unicobas, Stefano D’Errico:Il progetto del Governo è una vera e propria vergogna e occorre subito una risposta ferma ed inequivocabile, specifica della Scuola e delle Università, senza dilazioni e compromessi. Non possiamo rischiare che il Governo faccia approvare il provvedimento senza aver dato al mondo dell’istruzione la chance per far sentire il netto rifiuto del provvedimento. Non abbiamo nessuna intenzione di ‘annacquare’ lo scontro cadendo nell’attendismo di quanti cercano di soppiantare la lotta con schermaglie legali di vario genere come quella sull’assenza della definizione dei LEP.

L’opinione diffusa tra i sindacati e il mondo della scuola è che la regionalizzazione darebbe il via ad un progetto di vera e propria devoluzione, che minerebbe il carattere unitario e nazionale del sistema d’istruzione, poiché darebbe vita a progetti formativi regionali e localistici ben al di là di quella giusta attenzione alle specificità territoriali che, già a sistema vigente, sono assicurati dall’autonomia scolastica prevista dalla stessa Costituzione.

A tale proposito, lo Snals ricorda: “Il sistema di istruzione italiano è nazionale e non è pensabile che possa entrare in logiche tese a frammentarne il principio cardine: il diritto allo studio per tutte e per tutti, con le stesse opportunità, dalle ALPI ALLA SICILIA come garantito dalla Carta costituzionale”.

Parlando ai microfoni di “Radio 1”, il Ministro della PA, Giulia Bongiorno, ha anticipato che i dati dei dipendenti pubblici che fino alle 13 del 5 febbraio, cioè dopo un giorno di apertura dei termini per la presentazione della domanda,avevano aderito all’anticipo pensionistico in erano 6.650. Quindi ha aggiunto: “Ci aspettiamo probabilmente un’adesione maggiore dal comparto scuola, che come è noto è costituito da persone che possono iniziare il pensionamento il primo settembre”, ragion per cui le domande del personale della scuola arriveranno più tardi.

“Una novità di grande importanza che abbiamo introdotto – ha ancora ribadito il Ministro - è che chi andrà in pensione avrà nell’immediatezza un gruzzoletto, una cifra fino a 30mila euro, che potrebbe salire anche a 40mila euro. Questa riforma vuole premiare il settore pubblico”.

È online, sul sito del MIUR, la circolare di attuazione del decreto legge 28 gennaio 2019 n.4, per la cosiddetta “quota 100” e tutte le altre forme di trattamento di pensione anticipata.

La circolare riporta nel dettaglio i requisiti necessari e le indicazioni operative per aderire alle varie forme di pensionamento anticipato. La domanda potrà essere presentata on line dal 4 al 28 febbraio prossimi attraverso il sistema Polis.

Rimane confermato, anche per i Dirigenti Scolastici, il termine finale del 28 febbraio 2019 per la presentazione delle domande di dimissione volontaria e delle altre tipologie di accesso al trattamento pensionistico già previste dal D.M. n 727/2018.

Tutte le predette domande valgono, per gli effetti, dal 1° settembre 2019, ai sensi dell’art. 59, comma 9, della legge 27 dicembre 1997 n. 449, come richiamata dall’art. 14, comma 7, dall’art. 15, comma 4 e dall’art. 16 comma 3, del decreto legge n 28 gennaio 2019, n.4.

Il decreto sopra richiamato prevede la possibilità di accedere alla pensione anticipata per il personale del comparto scuola in possesso di uno dei seguenti requisiti al 31 dicembre 2019: - L’articolo 14, comma 1, prevede la possibilità di conseguire il diritto alla pensione anticipata al raggiungimento di un età anagrafica di almeno 62 anni e di un anzianità contributiva minima di 38 anni ( cd. pensione quota 100). - L’art. 15, comma 1, innovando l’art. 24, comma 10, del decreto legge 6 dicembre 2011 n. 210, convertito, con modificazioni, dalla legge 22 dicembre 2011 n. 214, consente l’accesso alla pensione anticipata se risulta maturata un’anzianità contributiva di 41 anni e 10 mesi per le donne e 42 anni e 10 mesi per gli uomini. In tali casi è, anche, consentito chiedere la trasformazione del rapporto di lavoro a tempo parziale con contestuale attribuzione del trattamento pensionistico, purché ricorrano le condizioni previste dal decreto 29 luglio 1997, n. 331 del Ministro per la Funzione Pubblica.

Circolare: http://www.miur.gov.it/documents/20182/0/Circolare+pensionamento+anticipato.pdf/df671f67-60f5-41d9-aa21-d6dbf2df734b

Chiusi i termini per presentare istanza di partecipazione al concorso per i 2.004 posti da Direttore dei Servizi Generali e Amministrativi (DSGA) per le scuole statali di ogni ordine e grado, si contano 102.900 domande. Le Regioni con il maggior numero di aspiranti sono: Campania (20.143 a fronte di 160 posti), Lombardia (12.885 a fronte di 451 posti), Sicilia (10.695 a fronte di 75 posti), Lazio(9.833 a fronte di 162 posti, Emilia Romagna (7.524 fronte di 209 posti). In Molise, regione con soli 3 posti a concorso, le domande inoltrate sono state 474.

Il prossimo 15 marzo sulla Gazzetta Ufficiale verranno indicate la data e le sedi della prova preselettiva.Tenendo conto delle quote di ammissioni possibili a seguito della prova preselettiva, si calcola che solo il 5,8% dei candidati sarà ammesso alla prova successiva.

Il concorso per i DSGA è una selezione per titoli ed esami bandita su base regionale per la copertura dei posti che si prevede risulteranno vacanti e disponibili negli anni scolastici 2018/19, 2019/20 e 2020/21. Alla procedura concorsuale è dedicata un’apposita sezione del sito www.miur.gov.it, accessibile tramite la fascia “Mondo MIUR” e l’apposito banner “Concorso DSGA”. I candidati hanno potuto presentare domanda per una sola Regione.

 

 

Il MIUR ha individuato le 60 scuole situate in aree a rischio alle quali saranno destinati 2,1 milioni di euro per la creazione di ambienti digitali di apprendimento, soprattutto a partire dalla scuola primaria e secondaria di primo grado.

In particolare, ciascuna scuola riceverà 35.000 euro per la realizzazione di laboratori e 30.000 euro per la formazione del personale scolastico alla didattica innovativa.

Saranno 57.000 gli alunni coinvolti e 6.500 i docenti che beneficeranno della formazione.

A livello territoriale, 21 istituti si trovano al Nord (13 in Lombardia, 6 in Piemonte, 2 in Liguria), 8 al Centro (tutti nel Lazio) e 31 al Sud (10 in Campania, 9 in Sicilia, 7 in Puglia, 4 in Calabria e 1 in Basilicata).

Il progetto è volto al contenimento della dispersione scolastica, infatti le 60 scuole beneficiarie sono state individuate tra quelle con i più alti indici di disagio negli apprendimenti, di status socio-economico familiare, di deprivazione territoriale e di abbandono scolastico.

“La didattica digitale è un elemento fondamentale per aumentare la motivazione degli studenti e per contrastare le disuguaglianze nell’apprendimento - commenta il Ministro Bussetti -. Per questo abbiamo deciso di dotare le scuole con più alti indici di disagio di laboratori didattici innovativi. Nessuno nella nostra scuola deve rimanere indietro. Siamo tuttavia consapevoli che la tecnologia da sola non basta: occorre accompagnarla con un rinnovamento, in chiave tecnologica e digitale, delle metodologie e degli approcci didattici. Per questo una parte delle risorse destinate a ciascuna scuola sarà utilizzata per l’aggiornamento dei docenti sui temi dell’innovazione”.

EDITORIALE di Anna Armone

Direttore responsabile - Esperta in Scienza dell’Amministrazione Scolastica

PRIVACY: Entro maggio 2018 la riforma del codice per adeguarlo alle nuove direttive europee

Nel silenzio assordante di quasi tutte le Pubbliche amministrazioni, si avvicina il mese di maggio 2018, data in cui entrerà in vigore il nuovo Regolamento europeo sulla privacy. Le istituzioni scolastiche sono poco attente a questo tema, anzi, mi correggo, lo affrontano con una leggerezza allarmante. L’Italia fa parte della Comunità Europea, ma la sua impostazione culturale sembra distante anni luce dalla visione culturale che sottende il tema della privacy.

Nel 2009 la Commissione europea ha iniziato l’elaborazione di uno studio articolato volto a valutare l’attualità delle regole di protezione dei dati personali contenute nella direttiva 95/46/CE (recepita dal d.lgs. 196/2003). Le conclusioni di questi studi, pur evidenziando la necessità di adeguare il complesso normativo ai notevoli cambiamenti intercorsi per effetto dell’evoluzione tecnologica (il cui ritmo cresce in modo esponenziale), hanno confermato la validità dei principi fondamentali della direttiva e l’opportunità di mantenere il suo carattere neutro sotto il profilo tecnologico.

Con la comunicazione della Commissione europea al Parlamento europeo del 4/11/2010 denominata«Un approccio globale alla protezione dei dati personali nell’Unione europea»si dava il via al percorso di riforma della direttiva 95/46/CE.

Nel testo si premetteva che«la direttiva del 1995 è una pietra miliare nella storia della protezione dei dati personali nell’Unione europea. Essa sancisce due antiche ambizioni ugualmente importanti del processo d’integrazione europea: la tutela dei diritti e delle libertà fondamentali delle persone, quindi anche del diritto fondamentale alla protezione dei dati, e la realizzazione del mercato interno, ossia, nello specifico, la libera circolazione dei dati personali».

La Commissione evidenziava anche che «la rapidità dell’evoluzione tecnologica e la globalizzazione hanno mutato profondamente il mondo in cui viviamo, ponendo nuove sfide alla protezione dei dati personali. Oggi la tecnologia consente di condividere agevolmente informazioni sui comportamenti e sulle preferenze, e di rendere pubblici a livello mondiale quantità di dati senza precedenti. I social network, con centinaia di milioni di membri in tutto il mondo, sono forse la più evidente ma di certo non l’unica manifestazione di questo fenomeno. Allo stesso tempo le modalità di raccolta dei dati personali si complicano e diventa più difficile individuarle».

A queste motivazioni si aggiungeva anche la verifica dell’insufficiente armonizzazione, tra i vari paesi europei, delle norme di protezione dei dati. La necessità di migliorare la certezza giuridica, ridurre gli oneri amministrativi e assicurare condizioni più omogenee per la gestione dei dati, soprattutto in considerazione della dimensione transnazionale di gran parte delle attività economiche, costituiva anch’esso pertanto un obiettivo primario del legislatore europeo.

Sulla scorta di queste azioni preliminari, il Paramento europeo, con la risoluzione del 6 luglio 2011, dava incarico alla Commissione di procedere alla definizione di un nuovo quadro regolamentare della materia.

Il nuovo quadro giuridico europeo, si configurava ufficialmente il 25 gennaio 2012, con due proposte legislative, il c.d. “pacchetto protezione dati” in quanto concepito come un unico insieme di disposizioni complementari da approvare congiuntamente:

una proposta di regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio concernente la tutela delle persone fisiche con riguardo al trattamento dei dati personali e la libera circolazione di tali dati;

una proposta di direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio concernente la tutela delle persone fisiche con riguardo al trattamento dei dati personali da parte delle autorità competenti a fini di prevenzione, indagine, accertamento e perseguimento di reati o esecuzione di sanzioni penali, e la libera circolazione di tali dati.

 

Il complesso percorso di approvazione degli atti legislativi dell’Unione si è concluso finalmente il 27 aprile 2016 con l’approvazione contemporanea del Regolamento (UE) 2016/679, (Regolamento generale sulla protezione dei dati - d’ora in poi RGPD) e della Direttiva (UE) 2016/680, del Parlamento europeo e del Consiglio, del 27 aprile 2016, relativa alla protezione delle persone fisiche con riguardo al trattamento dei dati personali da parte delle autorità competenti a fini di prevenzione, indagine, accertamento e perseguimento di reati o esecuzione di sanzioni.

Il Regolamento costituisce l’architrave di questo cambiamento: a decorrere dal 25 maggio 2018, data in cui lo stesso diventerà obbligatorio e direttamente applicabile, in tutti gli Stati membri dell’Unione europea si avrà una medesima base giuridica unitaria anziché le tante, diverse leggi di recepimento della precedente direttiva.

Il regolamento, in quanto fonte primaria, in base all’art. 288, par. 2 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea, ha portata generale ed è, a differenza della Direttiva, obbligatorio in tutti i suoi elementi e direttamente applicabile in ciascuno degli Stati membri. Al contrario, la Direttiva vincola lo Stato membro cui è rivolta, per quanto riguarda il risultato da raggiungere, ma richiede una norma nazionale di recepimento che, in questo caso, dovrà essere adottata entro il 6 maggio 2018.

Nell’ambito della legge n.163 del 25/10/2017 per il recepimento delle direttive europee e l’attuazione di altri atti dell’Unione europea (Legge di delegazione europea 2016-2017), è stata prevista la delega al Governo per dare attuazione alla Direttiva (UE) 2016/680 (art. 11) e adeguare la normativa nazionale alle disposizioni del RGPD (art. 13), fissando i seguenti principi e criteri direttivi:

abrogare espressamente le disposizioni del Codice in materia di trattamento dei dati personali, decreto legislativo 30 giugno 2003, n. 196 (d’ora in poi Codice), incompatibili con le disposizioni contenute nel RGPD;

modificare il Codice limitatamente a quanto necessario per dare attuazione alle disposizioni non direttamente applicabili contenute nel RGPD e coordinare le disposizioni vigenti in materia di protezione dei dati personali con le disposizioni del RGPD;

prevedere, ove opportuno, il ricorso a specifici provvedimenti attuativi e integrativi adottati dal Garante per la protezione dei dati personali nell’ambito e per le finalità previsti dal RGPD;

adeguare il sistema sanzionatorio, penale e amministrativo, vigente alle disposizioni del RGPD, con previsione di sanzioni penali e amministrative efficaci, dissuasive e proporzionate alla gravità delle violazioni commesse.

 

Le norme relative all’adeguamento della disciplina al RGPD dovranno essere adottate entro sei mesi dall’entrata in vigore della legge di delegazione.

Il RGPD lascia maggiori margini di autonomia ai titolari del trattamento pubblici e privati, rispetto al passato, diminuendo gli adempimenti preventivi al trattamento (eliminata la notificazione del trattamento) e le autorizzazioni preventive da parte dell’Autorità (la consultazione del Garante avverrà solo nei casi nei quali la valutazione di impatto privacy, effettuata dal titolare del trattamento, evidenzia che il trattamento può comportare rischi elevati per i diritti e le libertà delle persone fisiche). Questa maggiore autonomia è però, d’altro canto, compensata dal dovere di dimostrare, ogni qual volta si renderà necessario, la compatibilità al regolamento delle decisioni assunte.

Ciò comporterà quindi l’esigenza di disporre di qualificate risorse in grado di orientare le decisioni dei titolari del trattamento. In questo senso l’introduzione anche in Italia del Responsabile della protezione dei dati (RPD) costituisce una grande opportunità. Questa figura chiave, obbligatoria per i trattamenti effettuati dalle autorità pubbliche o da organismi pubblici, sarà chiamata a facilitare l’osservanza delle disposizioni sulla protezione dei dati personali e dovrà svolgere un complesso ruolo di interfaccia fra il titolare o il responsabile del trattamento, gli interessati e il Garante. Questa nuova figura, che il regolamento richiede sia individuata in funzione delle qualità professionali e della conoscenza specialistica della normativa e della prassi in materia di protezione dati, costituisce il fulcro del processo di attuazione del principio di “responsabilizzazione”. Il diretto coinvolgimento del RPD in tutte le questioni che riguardano la protezione dei dati personali, sin dalla fase transitoria, è sicuramente garanzia di qualità del risultato del processo di adeguamento in atto. In questo ambito, sono da tenere in attenta considerazione i requisiti normativi relativamente a: posizione (riferisce direttamente al vertice), indipendenza (non riceve istruzioni per quanto riguarda l’esecuzione dei compiti) e autonomia (attribuzione di risorse umane e finanziarie adeguate).

Il sistema dell’istruzione si presenta alquanto debole e impreparato. La debolezza è nella capillarità strutturale del sistema. Sembra improbabile che in ogni scuola si possa individuare tale figura, considerato il livello di competenza che deve possedere e il ruolo esclusivo che deve svolgere. Sarebbe opportuno iniziare una riflessione sull’assetto del sistema scolastico per individuare i nodi sui quali porre questa nuova figura di supporto all’attività dei soggetti interni alla scuola, il titolare e il responsabile.

 

Ed ora veniamo al contenuto di questo numero della rivista. Francesco Nuzzacianalizza le modifiche al d.lgs. 165/2001 apportate dai decreti legislativi 74 e 75 del 2017. In particolare commenta la nuova regolazione dell’art. 40 individuandone i margini di rinnovamento e le conferme. Alla luce del nuovo testo ripropone la procedura di individuazione dei docenti di ambito, qualificando il ruolo del dirigente e, quello nuovo, del collegio dei docenti, così come richiama la procedura di attribuzione del bonus premiale ai docenti, riportando l’azione nella sfera della competenza discrezionale dirigenziale. Il pezzo si conclude con un richiamo alla nuova formulazione del procedimento disciplinare, ponendo l’accento sulla competenza dirigenziale all’irrogazione della sanzione della sospensione fino a dieci giorni, anche per il personale docente.

Antonio Marcellino, broker assicurativo, espone il modello della scelta del contraente in campo assicurativo, facendo riferimento alla categoria del broker, professionista che supporta l’amministrazione per la stipula dei contratti assicurativi. L’autore richiama le norme sulla trasparenza per sostenere la necessità di un procedimento ad evidenza pubblica aperto alla libera concorrenza e agli altri principi comunitari, al fine di garantire le famiglie contribuenti e l’interesse pubblico dell’Amministrazione.

Maria Grazia Accorsiaffronta il tema della quarta rivoluzione industriale e la sua relazione con tutti i contesti formativi, formali e informali. Nel corso della trattazione dei percorsi di alternanza scuola-lavoro esplicita un nuovo concetto di orientamento, “da intendersi sia come abilità e conoscenze che migliorano la capacità di fissare obiettivi (prendere decisioni, muoversi nel mondo, impegnarsi di volta in volta su obiettivi diversi, assumere apprendimento permanente come progetto di vita; sviluppo di self efficacy), sia come capacità di fare scelte realistiche, non avventate o etero dirette o basate su casualità, pregiudizi, illusorie rappresentazioni, ma fondate sulla conoscenza di sé e su una buona (meglio se diretta) conoscenza del mondo dell’istruzione, del lavoro e delle professioni”.

Vanna Monduccicompleta la relazione sul 7° SUMMIT sulla professionalità docente svoltosi ad Edimburgo nello scorso mese di marzo (la prima parte è stata pubblicata sul n. 2/2017). La panoramica è oltremodo interessante, in particolare con riferimento alla centralità riconosciuta alla qualità della professione docente che condiziona gli esiti degli studenti. Molti paesi stanno anche cercando di affrontare gravi difficoltà di reclutamento, che potranno essere superate solo se l’insegnamento diventerà più attraente sia finanziariamente che intellettualmente e se si potranno affrontare questioni relative al carico di lavoro e al benessere degli insegnanti. Un ulteriore punto di interesse è costituito dalla valenza riconosciuta al gruppo sociale degli insegnanti. TALIS 2015 ha esplorato il rapporto tra la leadership didattica e la creazione di comunità professionali di apprendimento che permettono agli insegnanti di collaborare e si impegnano in dialogo professionale costante con l’obiettivo di migliorare la pratica dell’insegnamento.

Nicoletta Tomba, che si occupa di comunicazione presso l’Area istruzione del Comune di Bologna, sintetizza in quadro chiaro e lineare il tema della comunicazione pubblica, istituzionale e non istituzionale. Benché la scuola non preveda una figura addetta alla comunicazione, una riflessione sul modello organizzativo da adottare e sui passi operativi da approntare, sembra opportuno e strumentale ad una progettazione strategica dell’offerta formativa e dei servizi.

Gabriella Zanetti, dirigente scolastico, racconta di un caso di conflitto tra il collegio dei docenti, il consiglio di istituto e il dirigente scolastico in merito all’annosa questione della riduzione dell’ora di lezione e alle modalità del recupero. La vicenda si snoda lungo il concetto di responsabilità, collegiale e individuale che investe tali decisioni. L’autrice riporta in modo molto analitico la posizione dell’Amministrazione scolastica e della giurisprudenza in merito alla qualificazione degli elementi di tale responsabilità, che si sviluppa nell’ambito dell’esercizio e realizzazione dell’autonomia scolastica. A valle delle decisioni sull’oggetto del conflitto c’è il diritto degli studenti alla prestazione del servizio che va sicuramente garantito.

Ivana Summaaffronta il tema delle conoscenze professionali come risorsa organizzativa nell’istituzione scolastica. Il ragionamento parte dall’assunto che deve esserci coerenza tra ciò che viene scritto in termini di norme, principi, valori, obiettivi e ciò che concretamente le persone fanno e che dovrebbero fare. Purtroppo, la costante richiesta del MIUR ai dirigenti scolastici di tenere sotto controllo la struttura formale facendo passare in secondo piano la trama relazionale ad essi affidata tacitamente, rappresenta un potente indicatore della capacità di conduzione di un’organizzazione complessa come le nostre scuole. E sono proprio i processi organizzativi relazionali che decidono del comportamento professionale delle persone. Partendo da questo assunto l’autrice afferma che le organizzazioni affidabili sono quelle capaci di “azione collettiva” e ciò vale anche per a scuola, che è un particolare contesto organizzativo che, per funzionare in modo unitario dovrebbe elaborare una sorta di“mente collettiva”,costituendosi come una vera e propria “comunità professionale”.

Domenico Ciccone conclude il primo ciclo annuale sull’analisi comparata della figura dirigenziale approfondendo il ruolo del capo di istituto in Finlandia. Il quadro che ne risulta è quello di una pragmatica realtà fondata sulla responsabilità sociale all’interno e all’esterno della struttura scolastica. Il ruolo della comunità locale si gioca su diversi fronti, quello della decisionalità rispetto all’individuazione dei dirigenti ma anche, principalmente, quello, del vero governo del sistema. Niente dirigenza all’italiana, niente stratificazioni normative e regolamentari. Una sana, semplice e responsabile gestione.

Giuliana Costantini, nella rassegna libraria, propone tre romanzi ad uso dei lettori anche nell’ambito di attività didattiche e un testo tecnico, a cura di Angelo Mari, sul recente decreto legislativo avente ad oggetto il sistema integrato 0-6 anni. Questo testo, in particolare, parte dall’esegesi del sistema e approda ad una serie riflessioni e di proposte che possono supportare questa fase decisionale della politica e dell’Amministrazione.

Il numero si chiude con le recensioni cinematografiche di Vincenzo Palermo. L’autore racconta di tre film estremamente interessanti. Il primo, Captain Fantastic, narra di un’utopia educativa, basata sul rapporto con la natura e valori fondamentali, che alla fine fa i conti con l’adattamento ad una vita borghese. Il secondo film, Okja, è un cartone che narra di una sorta di amore tra una bimba e un supermaiale. La bimba metterà a rischio se stessa, il proprio incontaminato eden e gli amici animalisti pur di liberare Okja dal mattatoio. È una sorta di denuncia contro il consumismo sfrenato.

Buon 2018 a tutti e alla nostra Scuola, in particolare. Ne ha proprio bisogno... . X

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